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Il mare - Le biodiversità

 

Il Mediterraneo è stato indicato dall’Iucn (World Conservation Union), proprio per la grande varietà della vita lungo le sue sponde e per l’alta presenza di endemismi, come uno dei global biodiversity hotspot.

Nel suo bacino, l'1% in estensione dei mari mondiali, sono presenti il 6% delle specie marine del pianeta, il 28% delle quali è endemica.

Sono di origine locale 111 delle 179 specie di rettili presenti lungo le sue coste. Come 35 delle 62 di anfibi. 

Si trovano sul bacino del Mediterraneo il 6% delle specie vegetali mondiali. Ma attenzione, vi si trovano ben il 12% di quelle minacciate da estinzione. Una disparità che la dice lunga sullo stato della biodiversità del Mediterraneo.

La Turchia rischia di perdere un quinto delle specie vegetali presenti sul suo territorio, così come la Spagna.

L'importanza del Mediterraneo investe anche i volatili. 2 miliardi di uccelli appartenenti a 150 diverse specie durante le migrazioni fanno tappa nelle zone umide mediterranee. Circa il 50% della popolazione svernante paleartica occidentale di anatre e folaghe attraversa o si ferma nel Mediterraneo.

 

 

Una delle minacce per la difesa delle specie animali è l'introduzione in un ecosistema di specie non indigene. Questo è particolarmente vero per il Mediterraneo dove questa presenza è provatamente enorme e irreversibile. Il numero delle specie esotiche è stimato attorno al migliaio, molte delle quali sono particolarmente invasive e dannose non solo per l'ecosistema ma anche per l'economia.

Le acque del Mediterraneo, il mare più salato del mondo, non sono certo l’habitat marino più ricco del pianeta. In questo bacino giovane, nato “appena” 25 milioni di anni fa da quanto rimaneva del vasto oceano primitivo della Tetide, i pesci sono sempre stati più scarsi di quanto il clima e le condizioni generali potessero far pensare. Ma, dal punto di vista ambientale, il Mediterraneo è un mare di biodiversità, dove da sempre si incontrano piante marine e pesci propri dei mari più caldi con quelli originari del nord. Una situazione favorita anche dai numerosi grandi fiumi che vi affluiscono, dal Nilo al Rodano, dall’Ebro al Po, con i loro delta che formano veri e propri ecosistemi diversi sulle coste del mare nostrum.
Un numero elevato di specie ittiche, più di 450. Se da sempre le popolazioni non sono delle più abbondanti, la causa va cercata per gran parte dei biologi marini nella mancanza di vere e proprie piattaforme continentali, con relativa carenza di correnti fredde e calde che si mischiano. Il fatto è che le acque superficiali del Mediterraneo sono poco ricche di quei microscopici animali e piante che costituiscono la base della catena alimentare marina. In parole povere, tutti i nutrienti tendono a rimanersene sul fondo del mare.
Nel corso degli ultimi cinquant’anni la situazione è peggiorata con l'inquinamento, in modo particolare quello da petrolio che crea una pellicola trasparente ma impenetrabile per gli scambi di ossigeno, il plancton superficiale si sta impoverendo ulteriormente. Il che significa che la catena alimentare marina è seriamente minacciata, ma anche che, paradossalmente, le acque risultano a una prima occhiata più pulite.
Un altro motivo di soddisfazione per gli amanti del mare come piscina può essere rappresentato dalla progressiva scomparsa delle praterie di Poseidonia oceanica, quella pianta marina che ha la fastidiosa abitudine di spiaggiare sulle coste formando accumuli, di avvolgersi sulle gambe dei bagnanti e di formare, quando si stacca, delle sfere marroni dall’aria sospetta. In realtà la poseidonia è essenziale all’equilibrio globale del Mediterraneo. Produce un’alta quantità di ossigeno e le praterie marine di questa fanerogama sono l’ambiente ideale per la crescita dei pesci, una vera e propria nursery delle specie ittiche. Attualmente la poseidonia è in forte regressione in tutto il bacino mediterraneo, a causa dell’inquinamento chimico ma anche delle opere di protezione costiera e dell”aratura” dei fondali provocvata dalle ancore delle barche e dalla pesca a strascico abusiva sottocosta.

Ma l'inquinamento non incide solo sulla balneazione, ma sul l’equilibrio generale e anche sulla salute umana.

Un dato per tutti. Secondo l’Unep, nel 1990 il contenuto di colibatteri fecali nei molluschi marini superava nel 93 per cento dei casi i valori consentiti per il consumo umano.

E l'uomo ha svolto un ruolo negativo anche nella rarefazione della foca monaca, un po’ il simbolo del Mediterraneo. Questo mammifero marino, che viveva in queste coste ancor prima che vi facesse la sua comparsa l’homo sapiens, era diffuso in quasi tutte le baie e le calette fino a un centinaio di anni fa, probabile origine “biologica” del mito delle sirene. Oggi la popolazione è scesa a poche centinaia di esemplari in tutto il bacino mediterraneo.

Dopo anni di battaglie delle associazioni ambientaliste, Italia Francia e Principato di Monaco hanno finalmente istituito il Santuario dei Mammiferi Marini per salvaguardare i cetacei del Mediterraneo. Dodici specie presenti stabilmente fra balene, del fini, orche minacciati dall'inquinamento, dalle reti pelagiche e dal traffico marittimo.
Un altro indicatore del degrado ambientale del Mediterraneo è sicuramente la drastica diminuzione della tartaruga di mare, la Caretta caretta. Anche in questo caso la pesca, l’inquinamento e l’impoverimento degli habitat sono responsabili del declino di una specie prima molto comune. Il turismo e l'urbanizzazione delle coste hanno cancellato o messo in gravissimo pericolo le aree di nidificazione di questi rettili marini: nel 1995 si stimavano solo circa 14.000/ 17.000 nidi in tutto il Mediterraneo, di cui ben 9.000 sulle coste libiche.
Sarebbe sbagliato leggere lo stato di salute dell'ecosistema Mediterraneo attraverso i mammiferi marini o le tartarughe, ma queste specie di confine tra terra e mare sono l’anello più debole di una catena che sta rischiando di rompersi