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Il
quadro normativo
In
Italia i problemi principali in materia di gestione dell'acqua
derivano dall'insufficiente applicazione delle normative in
vigore.
La
legge 36 del 1994, nota come legge Galli, disciplina la
pianificazione, la gestione e l'utilizzo delle risorse idriche,
a partire dal principio che "tutte le acque superficiali e
sotterranee, ancorché non estratte dal sottosuolo, sono
pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata ed
utilizzata secondo criteri di solidarietà" (articolo 1
comma 1). Per la pianificazione e la gestione delle risorse
idriche viene prevista la suddivisione del territorio nazionale
in Ambiti territoriali ottimali, in parte (ma non sempre)
corrispondenti ai bacini idrografici, all'interno dei quali un
unico gestore controlla tutto il ciclo integrato dell'acqua
(dalla depurazione all'acqua potabile).
Il
concetto della pianificazione integrata di bacino è stata
ulteriormente riaffermata dalla Direttiva europea n. 60 del
2000. Al giugno 2002, però, dei 91 Ambiti previsti solo 74
erano stati insediati, 24 avevano redatto il Piano di ambito, 18
l'avevano approvato e solo 10 avevano affidato la gestione del
servizio del ciclo integrato.
Accanto
al Piano di ambito, strumento di pianificazione nel quale va
indicato il programma degli interventi necessari accompagnato da
un piano finanziario e dal connesso modello gestionale ed
organizzativo, gli altri documenti fondamentali per assegnare in
gestione il servizio sono la Carta del servizio idrico integrato
e il Regolamento. La Carta, da allegare al contratto di utenza
che il gestore stipula con gli utenti finali del servizio
idrico, fissa i diritti che il gestore è chiamato a garantire
agli utenti, mentre il Regolamento disciplina la modalità e le
condizioni tecniche, contrattuali ed economiche alle quali il
gestore si impegna, nei confronti degli utenti, a fornire i
servizi.
Snodi
decisivi sono l'efficacia del controllo esercitato dall'Autorità
di ambito sul gestore e la possibilità per i cittadini di
partecipare attivamente alla definizione degli standard del
servizio:
finora però solo due regioni, il Lazio con il Garante del
servizio integrato e l'Emilia-Romagna con l'autorità per la
vigilanza dei servizi idrici e di gestione dei rifiuti urbani,
hanno messo in campo strumenti "ad hoc" a disposizione
del pubblico. Quanto alla tipologia degli enti gestori, suscita
preoccupazione l'ingresso sempre più massiccio nella gestione
dei servizi idrici di gruppi multinazionali, in cordata fra loro
o in partnership con società multiutilities nate dalla fusione
di ex-aziende municipalizzate.
Tre
i rischi principali: che si consolidi anche in Italia un
oligopolio dei servizi pubblici, non solo idrici; che
s'indebolisca il ruolo delle ex-aziende municipalizate, più
sensibili per tradizione e cultura all'interesse generale e più
collegate alle specifiche realtà territoriali; che di fronte ad
una privatizzazione integrale della gestione dei servizi idrici,
lo Stato, non più gestore ma solo controllore, si privi di quel
prezioso patrimonio di competenze tecniche di cui ancora
dispone, indispensabile per un efficace controllo democratico.
Per
una pianificazione sostenibile delle risorse idriche
Per
dare concretezza al concetto di gestione sostenibile delle risorse idriche
occorre innanzitutto ridurre la domanda d'acqua, incrementando l'efficienza
degli usi e dei riusi e accrescendo il coinvolgimento degli utenti nei
processi decisionali.
Troppo
a lungo l'alibi dell'acqua scarsa è servito per giustificare la realizzazione
di sempre nuove infrastrutture (spesso imposte da logiche lobbistiche o
decisamente illegali) e l'adozione di pratiche di gestione ad alto costo.
Bisogna invertire questa tendenza, e passare dalla gestione dell'offerta a
quella della domanda.
La
pianificazione della domanda può permettere una sensibile riduzione delle
esigenze di nuovi investimenti strutturali: basti pensare a interventi quali
la riduzione delle perdite nei sistemi di captazione-adduzione-distribuzione,
l'applicazione di tecniche irrigue più efficienti e di scelte agronomiche
meno idroesigenti, il riciclo e riutilizzo di acque reflue nei cicli
industriali e agricoli, una ottimizzazione degli usi coerente con i diversi
requisiti qualitativi e con criteri socioeconomici e culturali, il ricorso a
strumenti di incentivazione tariffaria, di regolamentazione ed
educativo-formativi capaci di incidere sui comportamenti degli utenti.
A
questi fini, è necessario che la "politica dell’acqua"
risponda ad alcune irrinunciabili priorità:
-
un
primo passo deve essere la redazione dei bilanci idrici di
bacino, seguìto da un complessiva revisione delle concessioni
che in particolare punti a minimizzare quegli usi che
attingono con proprie derivazioni direttamente alle risorse
idriche, determinando spesso pesanti impatti;
-
nel
campo dei servizi acquedottistici, è oltremodo urgente
avviare interventi di manutenzione straordinaria delle reti,
in molti casi fatiscenti;
-
per
scoraggiare gli sprechi e incentivare il riuso è fondamentale
introdurre al più presto la tariffazione del consumo
individuale;
-
nel
settore della fognatura e della depurazione, occorre
completare le reti adeguandole per il raggiungimento degli
obiettivi della legge 152/99 e della recente Direttiva
europea.
Inoltre,
vanno adottate tecnologie appropriate per i piccoli centri, meno impattanti e
costose, promuovere il riuso delle acque reflue per l'irrigazione e il riuso e
il riutilizzo nelle lavorazioni industriali.
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