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Non
esistono ormai dubbi sulla correlazione tra aumento della
temperatura e le concentrazioni di anidride carbonica in
atmosfera, aumentate del 30% dall’inizio della rivoluzione
industriale ad oggi.
Secondo
l'IPCC (l’Intergovernmental Panel on Climate Change, il gruppo
di ricerca sul clima globale delle Nazioni Unite) le emissioni
di gas serra prodotte da attività umane stanno crescendo ad un
ritmo annuo compreso tra lo 0,5% e l’1%, pari a circa 23
miliardi di tonnellate annue di anidride carbonica, e le attività
umane sono le maggiori responsabili dell’aumento della
temperatura degli ultimi cinquanta anni. Con questo andamento la
temperatura media aumenterà entro il 2100 tra 1,4 e 5,8 gradi
rispetto ai livelli attuali.
L’anno
2000 è stato il sesto anno più caldo dal 1860, con una
temperatura media di 0,39 gradi superiore alla media degli
ultimi 120 anni. Nonostante in molte parti del mondo si sia
manifestata una siccità devastante, il 2000 è stato anche il
terzo anno più piovoso degli ultimi 120 anni, con 41,9
millimetri di pioggia oltre la norma (dati NOAA: National
Oceanic and Atmospheric Administration). I primi anni del XXI
secolo sembrano confermare ed aggravare questa tendenza
all'aumento della temperatura globale, in particolare nell'area
nord del bacino Mediterraneo ed in Italia.
Lo
scenario futuro
Lo
scioglimento dei ghiacciai è la prima conseguenza
dell’aumento della temperatura media del Pianeta, che
determinerà una serie di effetti a catena: il livello dei mari
salirà di 5 millimetri all’anno, determinando l’aumento di
fenomeni di piene fluviali, intensificazione di precipitazioni e
alluvioni, riduzione della disponibilità di acqua dolce,
erosione costiera accelerata, montagne senza neve, epidemie di
colera e malaria ai Tropici.
Parte
di questi effetti sono già visibili. L’altezza delle onde
marine dell’Oceano Atlantico sulle coste è aumentata di circa
un metro negli ultimi trenta anni e il numero dei giorni di mare
in tempesta tra gli anni ’70 e ’80 è raddoppiato fino ad
arrivare a 14 al mese (università di Brema,
"Nature").
Secondo
l’Ipcc i ghiacci del mare artico si sono ridotti tra il 10 e
il 15%, mentre quelli dell’Antartico si sono ritirati verso il
sud di 2,8 gradi di latitudine a partire dalla metà degli anni
’50, e la copertura di ghiaccio di fiumi e di laghi
settentrionali dura in media 2 settimane in meno rispetto al
1850.
Secondo
uno studio recentemente presentato a San Francisco,
l’estensione del ghiacciaio del Kilimangiaro è diminuita dal
1912 ad oggi dell’82%, passando da una superficie di 12,1
chilometri quadrati a 2,2 e se il globo continua a riscaldarsi
con questo ritmo nel giro di 15-20 non resterà più traccia
delle sue nevi perenni, con gravi ripercussioni su tutta la
regione (perdita di acqua potabile per l’irrigazione, con
conseguenze gravi su agricoltura e turismo). Il medesimo studio
segnala che la stessa sorte sta toccando anche altre montagne:
come il ghiacciaio Quelccaya delle Ande peruviane che si è
ristretto del 20% dal 1963. Il futuro imminente quindi vedrà
aumentare il rischio alluvioni in alcune aree mentre
diminuiranno le piogge in altre destinate a diventare
semi-desertiche. L’aumento delle ondate di caldo, accompagnato
da maggiore umidità e inquinamento, porterà ad un aumento dei
malori per il caldo e ad un probabile intensificarsi di malattie
infettive come malaria e colera.
I
vertici sul riscaldamento del clima globale (e i dettagli di
attuazione del Protocollo di Kyoto) si sono chiusi con un
modesto compromesso. Assolutamente ridimensionato l'obiettivo di
riduzione dei gas serra (in particolare anidride carbonica, CO2)
responsabili dell'aumento della temperatura terrestre, e in
generale allentati (e in alcuni casi addirittura scomparsi) gli
strumenti per raggiungere tale obiettivo. Incentivato, invece,
il ruolo della riforestazione (i cosiddetti sink)
nell'assorbimento della CO2, e consentita la possibilità che un
Paese venda ad altri le sue riduzioni in eccesso di gas serra,
ciò che un tempo veniva considerata un'esecranda concessione al
mercato da evitare almeno per i prossimi due lustri.
Ma
facciamo un passo indietro: il protocollo di Kyoto prevedeva la
riduzione del 5,2% rispetto al '90 delle emissioni di CO2 entro
il 2012. A forza di rimaneggiamenti quell'accordo ora non
garantisce che un abbattimento reale delle emissioni
responsabili dell'effetto serra dell’1.5%. Le cifre, insomma,
parlano da sole anche ai non addetti ai lavori. Resta il fatto
che per la prima volta si è trovato un accordo internazionale
sull’ambiente, e questo soprattutto grazie al ruolo centrale
giocato dall’Unione europea. Ma il prezzo pagato per questo
successo politico, in termini ambientali, è stato elevato.
A
giocare la parte del leone, sono i cosiddetti sink, i pozzi di
assorbimento di Co2 che di fatto sono i polmoni verdi del nostro
pianeta: le foreste.
Il
principio è molto semplice: un Paese può inquinare 5 e
possedere o piantare alberi in qualsiasi parte del mondo (tanto
il problema dell’inquinamento è globale) in grado di
assorbire 5. E il debito, voilà, è risanato, senza aver
minimamente ritoccato il proprio parco industriale.
I
paradossi, dunque, ci sono tutti, ma questo non significa una
totale sconfitta. Seppur indebolito, il Protocollo è pur sempre
un’indispensabile piattaforma di lancio di nuove politiche
ambientali. Da oggi in poi tutti dovranno tenerne conto, Italia
compresa.

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