|
Le
maree nere

Si
dice che il petrolio sia come il maiale, non si butta via nulla.
Ogni prodotto, ogni residuo di raffinazione trova un suo
utilizzo, anche l’ultimo scarto della lavorazione, dopo che al
greggio sono state tolte tutte le sostanze
nobili,
gli aromatici, quelle più volatili per produrre oli e benzine.
Alla fine del processo rimane una poltiglia densa e nera, piena
di asfalteni, sostanze pesanti e zolfo.
In
molti paesi questa specie di catrame è considerato un rifiuto
tossico nocivo, da smaltire separatamente, in altri invece è
considerato un combustibile che è ancora possibile utilizzare
per alimentare le centrali elettriche. Questa roba è
fuoriuscita dalle cisterne della Prestige e ha imbrattato le
coste della Galizia. E questa stessa roba era nelle stive della
Erika, la carretta diretta alla centrale Enel di Piombino che si
inabissò tre anni fa davanti alle coste della Bretagna. E
sempre questa “robaccia” era quella trasportata dalla Baltic
Carrier, la petroliera coinvolta in un incidente nel mar Baltico
nel marzo del 2001.
Coincidenze?
Solo in parte, ma è utile prenderle in considerazione e non
trattarle solo come tali se si vuole tentare di risalire
all’individuazione delle cause degli incidenti. C’è un
problema di vettori, cioè di affidabilità delle navi, c’è
un problema di manutenzione e di controlli, c’è un problema
di coperture assicurative e responsabilità e c’è anche un
problema connesso al tipo di sostanza che si trasporta. E’
evidente che ognuno di questi problemi è strettamente
intrecciato con gli altri e non è pensabile risolvere la
complessità della questione dando risposte settoriali.
E’
un caso che negli incidenti più significativi degli ultimi anni
in acque europee la sostanza sversata sia stata sempre la
stessa: olio combustibile denso, o olio pesante se preferite, o
fuel 2 se si vuole usare un gergo appena più tecnico, una sorta
di bitume nero e denso che va tenuto costantemente caldo per
evitarne la solidificazione.
La
Prestige e le altre
L’incidente
della Prestige ha nuovamente dimostrato come
le catastrofi ambientali dovute ad incidente sono soprattutto
causate da errore umano.
La
Prestige era una nave preMARPOL, costruita nel 1976. Come nel
caso della Erika, la Prestige trasportava un carico di 77.000
tonnellate di olio combustibile pesante ed era tenuta in pessime
condizioni.
Il
14 Novembre 2002, durante una tempesta al largo delle coste
spagnole della Galizia, la Prestige subì una frattura nello
scafo. Inizialmente non avvenne nessuno sversamento. Le autorità
spagnole, nonostante la nave fosse relativamente vicina a terra,
e nonostante il maltempo, rifiutarono l’avvicinamento a terra
della nave e ordinarono di allontanarsi. Cinque giorni dopo, la
Prestige si spezzava in due e colava a picco con 53.000
tonnellate di idrocarburi pesanti e olio combustibile. La
decisione delle autorità spagnole, presa in nome della difesa
delle zone di pesca della Galizia, si è rivelata in realtà
profondamente sbagliata investendo con l’olio sversato una
fascia di litorale estremamente più ampia e coinvolgendo
addirittura le coste francesi.
Centosessanta
dollari a tonnellata, tanto costava l’olio pesante imbarcato
dalla Prestige in Lituania, 40 dollari in meno di quanto costava
a Singapore, destinazione finale del carico e la ragione del
viaggio è tutta nella differenza fra queste cifre. C’era
quindi un margine di guadagno ancora significativo, soprattutto
se si considera che il nolo della nave avrebbe inciso per nove
dollari a tonnellata. Se ci si fosse affidati ad una nave a
doppio scafo il margine di guadagno si sarebbe considerevolmente
ridotto e quindi, per spuntare qualche dollaro in più nel
trasporto di una sostanza così poco preziosa non rimaneva che
affidarsi ai vettori più economici, le carrette appunto.
Quella
affondata nelle acque della Galizia batteva bandiera delle
Bahamas, ma apparteneva a una società liberiana di un armatore
greco che la gestiva tramite un’altra società liberiana,
insomma il solito complesso gioco di scatole cinesi che si
rivela utilissimo, guarda caso, proprio in caso di affondamento
della nave: per i danni da pagare la società risponde con i
propri beni e in questo caso l’unico bene della società ora
è spaccato in due tronconi a 3.500 metri in fondo all’oceano.
Da
lì trafila lentamente e inesorabilmente l’olio pesante, in
lunghe scie nere che risalgono fino alla superficie, viaggiano
sulle onde fino ad arrivare sulla costa. Recuperare questa roba
è un problema, come hanno potuto fare esperienza i volontari di
Legambiente impegnati sin da subito nell’opera di pulizia e di
solidarietà alle persone colpite dall’evento. E’ un
problema sia in acqua che sulle spiagge: intasa i tubi delle
pompe aspiratrici, si mischia all’acqua formando un composto
di consistenza simile al chewing gum, il “chapapote”, come
lo hanno soprannominato i galiziani, una sostanza che costa poco
e inquina tantissimo, molto più del greggio che sarebbe stato
più facilmente recuperabile. E a rispondere del danno alla fine
non sarà chiamato nessuno: il comandante avrà fatto qualche
giorno di prigione, l’assicurazione coprirà secondo i
massimali previsti, la società liberiana dichiarerà fallimento
e il danno ambientale rimarrà scoperto. E anche il noleggiatore
della nave sarà risarcito della perdita del carico, nonostante
si possa considerare uno dei soggetti più responsabili.
Ora
l’Unione Europea chiede agli stati membri di inasprire le
misure adottate all’indomani dell’affondamento della Erika.
Triste destino della normativa in materia di sicurezza
marittima: è sempre un incidente che determina l’inasprimento
delle misure. A cominciare da quello del Titanic che migliorò
la sicurezza nel settore del trasporto passeggeri, fino ai
pacchetti Erika 1 e 2, voluti dall’Unione Europea dopo
l’incidente nella Manica, passando per l’incidente in Alaska
della Exxon Valdez che portò all’approvazione dell’Opa
90, la normativa che ha reso più dura la vita delle carrette in
prossimità
delle coste americane. Non a caso proprio la Prestige tra il
febbraio del 1997 e il giugno del 1999 aveva subito ben dieci
ispezioni nei porti americani fino a quando, verosimilmente
vessato dalle ispezioni della guardia costiera americana,
l’armatore non decide di spostare la sua nave verso altri
mari. Una sola ispezione il primo settembre del 1999 a
Rotterdam, poi più nulla fino al giorno dell’affondamento.
Per una carretta dei mari viaggiare eludendo le maglie dei
controlli previsti dal Memorandum di Parigi non è difficile,
basta fare scalo nei porti degli Stati che non hanno ratificato
quell’accordo, per esempio Gibilterra, la tappa mai raggiunta
dalla Prestige, o fare scalo nei porti minori confidando nelle
maglie larghe dei controlli. A Kalamata, nel settembre 2002, la
Prestige fu “graziata” per … mancanza di tempo.
E
può succedere anche che la Prestige, quella che per tutti ora
è la “carretta” per antonomasia, superasse indenne solo
pochi mesi prima dell’incidente la verifica annuale
dell’American Bureau of Shipping, il severo e qualificato
registro navale americano, società di certificazione scelta
dall’armatore greco per la sua nave. Stessa sorte era toccata
alla Erika, la nave con bandiera maltese, gestita da un armatore
italiano, ma noleggiata da una società delle Bahamas con sede
in Svizzera e certificata dal Rina, il nostro registro navale.
Anche
in quel caso fu un cedimento strutturale alla fine che determinò
l’affondamento della nave. Navi che si spaccano in due,
strutture che dovrebbero reggere a qualsiasi sollecitazione e a
qualsiasi condizione meteomarina e che invece, senza neanche
collidere con altre navi, vengono spaccate dalla forza delle
onde. Secondo i dati dell’Intertanko, l’associazione
internazionale dei proprietari indipendenti di navi cisterna,
tra il 1995 e il 2001 si sono spezzate o sono andate vicino alla
rottura oltre 400 petroliere e per la metà di queste si parla
sempre di “cedimenti strutturali”. Una coincidenza?
Può
darsi, anche in questo caso, ma proprio l’American Bureau of
Shipping, il registro navale americano, ha parlato per primo di
una sorta di “corrosione iperaccelerata”, che la stampa ha
provveduto prontamente a ribattezzare “super ruggine”.
L’episodio è stato recentemente rilanciato dalla rivista
L’Internazionale che in un articolo cita un documento dell’Abs
secondo il quale la velocità di corrosione dell’acciaio della
Castor, una petroliera che aveva evidenziato una serie di crepe
sospette, procedeva alla velocità di 0,71 mm all’anno, ben
sette volte la velocità prevista.
Per
la Prestige si è parlato di un acciaio di scarsa qualità
prodotto in Corea, poi dei sistemi di zavorra segregata che
avrebbero contribuito a ridurre la solidità strutturale della
petroliera, ma è anche vero che le petroliere, soprattutto
quelle vecchie come la Prestige o la Erika, negli
ultimi anni della loro vita cambiano velocemente proprietario. E
chi investe su una petroliera vecchia, che dopo qualche anno sarà
destinata al disarmo, difficilmente si preoccuperà della sua
manutenzione. Più verosimilmente l’armatore sarà impegnato a
ricavare il maggior rendimento economico facendo viaggiare il più
possibile la nave e sfruttandola al massimo.
Per
la Erika si parlò anche dei lavori che erano stati
realizzati per allungare la nave, che ne avrebbero compromesso
la solidità. C’è anche chi sostiene che la causa di questi
incidenti vada ricercata nella decisione di affrontare
condizioni meteomarine particolarmente sfavorevoli pur di
risparmiare qualche giorno nei tempi di consegna. Anche un solo
giorno di sosta vuol dire centinaia di milioni di vecchie di
lire di mancato guadagno, tanto che è diffusa la pratica di
eseguire gli stessi lavori di manutenzione con la nave in
navigazione. In condizioni meteomarine così proibitive il
comando della nave deve essere superefficiente, per non
rischiare di prendere il mare nella maniera peggiore per la
tenuta della nave. Se poi diventa ingovernabile i rischi della
rottura diventano inevitabili. In questo caso il problema è la
discrezionalità del comandante, cui spetta l’ultima parola
nella decisione di prendere o meno il mare. Se si considerano
gli effetti che questa decisione può comportare dal punto di
vista ambientale, forse non si deve considerare un eccesso di
potere delegare questa decisione alle locali autorità.
E
sarebbe sciocco pensare infine che la soluzione tecnologica
possa risolvere il problema una volta per tutte. La Baltic
Carrier, la petroliera al centro della collisione nel mar
Baltico del marzo 2001 era uscita dal cantiere appena l’anno
prima con tanto di doppio scafo che non ha impedito lo
sversamento di 2700 tonnellate del solito olio combustibile.
Bisogna
quindi rassegnarsi a convivere con il rischio di incidenti? Più
che altro bisogna convincersi ad affrontare un problema
complesso che pretende risposte differenziate: più controlli,
più tecnologia, meno discrezionalità per il comandante della
nave, coperture assicurative più adeguate ai danni causati e
coinvolgimento nella responsabilità anche da parte degli
acquirenti del carico.
Ora
l’Unione Europea sta cercando di correre ai ripari invitando
gli Stati membri ad inasprire i controlli nelle proprie acque
territoriali e varando misure più severe in particolare per il
trasporto di olio pesante. L’Enel, il nostro ente elettrico
nazionale, è il principale importatore di olio combustibile al
mondo. L’Erika era diretta alla centrale di Piombino e
portava fuel 2 acquistato dalla Totalfina. Armatori, registri
navali, comandanti, ma in realtà i veri “market maker” sono
loro, le società petrolifere e le aziende elettriche, grandi
produttori e grandi consumatori, sono loro che determinano il
mercato dei noli e, di conseguenza, fanno cadere la loro scelta,
a seconda del periodo e dell’attenzione dell’opinione
pubblica, sui vettori più o meno economici.
Riusciranno
le nuove misure degli stati nazionali e dell’Unione Europea ad
avere ragione del mercato?
Il
nostro paese è il più esposto sia per la configurazione
geografica sia per le quantità di sostanze importate. I
problemi relativi agli sversamenti di petrolio e di sostanze
pericolose in genere sono tanti, e più ancora sono gli attori
coinvolti nel settore del trasporto di idrocarburi: governanti,
noleggiatori, armatori, comandanti, autorità portuali e così
via. Ma sarebbe opportuno che le comunità locali, proprio
quelle che sopporteranno per decenni i danni da sversamenti,
entrassero a pieno titolo sulla scena prima che avvenga
l’irreparabile, prima dell’incidente insomma. Gli
amministratori locali, gli operatori del mondo della pesca, ma
anche i bagnanti o i semplici cittadini che hanno tutto il
diritto di godere del proprio tratto di litorale, così come lo
hanno sempre conosciuto, devono farsi sentire in tutte le sedi,
per reclamare e pretendere sicurezza e garanzie, per dire
con forza, come hanno fatto
centinaia di migliaia di manifestanti scesi in piazza
all’indomani dell’incidente della Prestige, “nunca mais
marea negra”.
La
maggioranza degli sversamenti accidentali di idrocarburi si ha
in seguito all’arenamento (grounding) della nave. È proprio
in seguito a questa constatazione che negli anni ottanta e
novanta fu sviluppato il sistema del doppio scafo come mezzo più
sicuro per evitare lo sversamento degli idrocarburi direttamente
in mare in caso di arenamento o collisione. Il doppio scafo
infatti, pur non aumentando in assoluto la sicurezza della
navigazione, minimizza gli effetti negativi in caso di
incidente, garantendo la presenza di uno strato intermedio tra
le cisterne e l ’esterno, per evitare che l ’eventuale
scontro causi la dispersione in mare di tutto il carico.
Nella
grande maggioranza dei casi, gli incidenti sono generalmente
imputabili ad errore umano, come evidenziato nel grafico quì
accanto.
Slops
e acque di sentina
In
osservanza della direttiva 2000/59/CE tutti i porti devono
essere forniti di impianti per la raccolta dei rifiuti prodotti
dalle navi, siano essi solidi (residui di cucina o derivanti
della normale attività di bordo) o liquidi (residui del carico
o “slop” acque di lavaggio delle cisterne, residui oleosi di
sentina).
La
situazione italiana, relativa ai maggiori porti petroliferi
mostra una preoccupante carenza o inesistenza del servizio di
raccolta delle acque di lavaggio e di sentina a mezzo bettolina
è probabilmente in maggior parte dovuto alla diversa e
contrastante interpretazione delle norme che attualmente
classificano tali rifiuti. Secondo il decreto legge 22/97 essi
sono da considerarsi “merce” fintanto che rimangono a bordo
della nave e “rifiuto” quando giungono a terra. Diverse
amministrazioni le considerano invece “rifiuto” in ogni
circostanza e da ciò deriva la conclusione che bettolina e suo
armatore siano da classificare allo stesso modo di un
autocompattatore e di un impresa per la raccolta dei RSU. Il
fatto poi che tale servizi nei porti siano ancora oggi soggetti
a concessione da parte dell’Autorità Marittima o Portuale,
scoraggia le imprese dall’investire in un’attività non
basata sulla libera concorrenza ed il cui limite temporale è
aleatorio.
La
carenza è particolarmente grave se si considera che il servizio
di raccolta a mezzo bettolina è essenziale per quelle unità
commerciali o da diporto che scalano i porti italiani non per
caricare o scaricare merci ma esclusivamente per rifornimento di
bunker o provviste, imbarco o sbarco passeggeri e simili motivi.
Tali unità, ovviamente, non operano presso i terminali
petroliferi e non hanno altre possibilità di smaltire le acque
di lavaggio o di sentina se non su bettolina.
Per
quanto riguarda i terminali petroliferi, sebbene alcune Autorità
Portuali abbiano sollevato obiezioni, non sono state finora
applicate alla raccolta delle acque di lavaggio le disposizioni
di cui all’art. 28 della Legge 22/1997. La norma si applica
invece alle acque oleose di sentina ed ecco perché i terminali
petroliferi in Italia non le ricevono. Sarebbe nell’interesse
economico dei terminali recuperare le acque oleose ma si
preferisce non farlo per evitare prassi burocratiche lunghe e
complicate.
Le
conseguenze di un simile stato di cose, anziché favorire il
ricorso delle navi ai servizi di smaltimento, inducono gli
armatori ed i comandanti a comportamenti illegittimi per
evitare:
-
il costo della discarica delle acque di lavaggio al terminale,
quantificabile in diverse migliaia di euro, e – soprattutto
– una costosissima manovra di ormeggio / disormeggio presso un
pontile dove la nave non opererebbe ma che è attrezzato con la
stazione di ricezione;
-
la perdita di tempo dovuta al fatto che non si possono svolgere
contemporaneamente operazioni commerciali e discarica di slop /
acque di lavaggio;
-
una lunga sosta inoperosa in porto in attesa
dell’autorizzazione alla discarica.
I
comportamenti illegittimi sono ovviamente la discarica in mare
di rifiuti altamente inquinanti e la falsa registrazione sui
registri “Oil Record Book”, parte coperta e macchina, dei
dati relativi alla produzione di slop/acque di sentina ed al
loro smaltimento. Alla luce di quanto sopra ed in ossequio allo
spirito ed alla lettera dell’art. 3 dell’Accordo Volontario
qui firmato il 1° giugno 2001,
Legambiente
propone agli altri sottoscrittori i seguenti impegni:
-
Realizzazione
in tempi brevi presso ogni accosto dei terminali petroliferi
italiani delle attrezzature per la ricezione delle acque di
lavaggio (indifferenziate) e delle acque di sentina;
-
Istituzione
in tutti i porti italiani del servizio raccolta acque di
sentina a mezzo bettolina. Servizio che non deve essere
soggetto a concessione da parte dell’Autorità Portuale ma
lasciato alla libera iniziativa ed espletato da mezzi
abilitati e riconosciuti idonei secondo la vigente
normativa;
-
Esclusione
dello slop / acque di sentina dal regime “rifiuti” e
mantenimento del regime “merci” finché mantenuti e
trasportati su natanti, siano essi quelli che li hanno
prodotti o che li trasportano per avviarli allo smaltimento;
-
Esclusione
dalle disposizioni dell’art. 28 della Legge 22/97
limitatamente alla costruzione e esercizio delle
attrezzature per la ricezione dello slop / acque di sentina.
Le disposizioni restano valide per gli impianti di recupero
e/o di smaltimento;
-
Autorizzazione
alle operazioni di discarica slop / acque di sentina anche
durante le operazioni commerciali della nave. Nel caso la
discarica avvenga su bettolina mentre la nave sta operando
al terminale petrolifero, il natante ricevente deve essere
munito di tutte quelle ulteriori dotazioni di sicurezza
(parabordi, fenders, ecc.) che l’Autorità Marittima ed il
Registro Italiano Navale riterranno opportuno prescrivere;
-
L’espletamento
del servizio è soggetto a semplice comunicazione
all’Autorità Portuale o Marittima da parte del Comandante
della nave e non necessita del rilascio di autorizzazione
scritta da parte dell’Autorità che ha comunque il potere
di effettuare controlli, vietare le operazioni o sospenderle
per motivi di sicurezza;
-
Il
costo della discarica di slop / acque di sentina ai
terminali petroliferi deve essere concordato dalle
organizzazioni nazionali dell’armamento e degli esercenti
i terminali. Nello stabilire la tariffa per i singoli porti
si terrà conto del risparmio derivante dal recupero degli
oli;
-
La
tariffa per la discarica su bettolina sarà stabilita
dall’organizzazione nazionale dell’armamento con i suoi
rappresentanti nei singoli porti;
-
I
terminali petroliferi riceveranno senza indugio dalle
bettoline le acque di lavaggio e di sentina da esse raccolte
e li avvieranno agli impianti di trattamento / smaltimento.
Il costo per tali operazioni nei singoli porti sarà
stabilito di comune accordo tra i rappresentanti nazionali
dell’armamento e quelli degli esercenti i terminali;
-
Regolamentazione
del cambio d’uso per le navi gasiere. E’ la tecnica
utilizzata per eliminare residui di carico dalle cisterne
delle navi gasiere prima di caricare una sostanza diversa:
si scalda il carico, si aprono i serbatoi
e i residui della sostanza evaporano. Si può trattare di
propilene, etilene, ma il problema è ancora più grave
quando si tratta di Cvm. Si è parlato in passato di
stazioni di degassificazione che dovevano riguardare non
solo le navi cisterna, ma anche le gasiere. Ma in tutto il
Mediterraneo non c’è ancora una sola stazione di
degassificazione. C’è da sottolineare che queste sostanze
nel nostro Paese viaggiano solo per conto Eni (Polimeri
Europa ex Enichem – etilene, propilene, cvm ; Agip –
butano, propano). I porti interessati sono quelli di
Augusta, Milazzo, Gela, Brindisi, Ravenna, Venezia, Sarroch
e P. Torres.
|