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Rifiuti - La depurazione

 

L’attuale quadro normativo di riferimento per le politiche delle acque in Italia (L. 183/89 sulla difesa del suolo, L. 36/94, Dlgs 152/99), definisce piuttosto bene la disciplina generale per la tutela delle acque superficiali (dolci e marine) e sotterranee, allineando complessivamente la legislazione nazionale a quella comunitaria.

L’approccio utilizzato in queste norme dovrebbe prevedere che:

  • l’ambiente idrico, qualunque esso sia (acque interne superficiali e sotterranee, acque marine costiere e di transizione, ecosistemi acquatici e terrestri associati) sia considerato come un sistema unico appartenente al bacino idrografico o ad un distretto di bacini;

  • sia perseguito l’uso sostenibile e durevole delle risorse sia per le attuali che per le future generazioni;

  • sia garantito o, laddove non più presente, perseguito uno stato di buona qualità delle risorse idriche attraverso i piani di bacini e i programmi di risanamento;

  • sia posta l’attenzione sulla fragilità degli ecosistemi acquatici con l’individuazione di aree particolarmente vulnerabili e sensibili come quelle vicine alla costa o alle foci di fiumi, e a quanto il loro equilibrio sia influenzato dai bacini idrografici sottesi in termini di apporti inquinanti (pressioni) e di effetti sugli ecosistemi (impatti).

La riduzione del carico inquinante per diminuire l’impatto sui corpi idrici è quindi una delle priorità da mettere in campo per raggiungere lo stato di buona qualità delle risorse. Per far questo serve una efficace rete di depurazione, anche se è opinione ormai diffusa che questa è una condizione necessaria ma non sufficiente per perseguire l’obiettivo.

 

Le azioni dovranno allora essere sia di tipo infrastrutturale (realizzazione di nuovi sistemi di depurazione, miglioramento, e in qualche caso sostituzione, dell’esistente) sia di tipo gestionale. Le carenze infrastrutturali riguardano principalmente il settore civile: grandi comuni ancora non depurati, trattamenti inadeguati per i piccoli centri, per le periferie urbane, per gli insediamenti turistici e ovviamente per quelli abusivi. Molti ampliamenti di depuratori civili e industriali in corso o previsti potrebbero essere effettuati realizzando sistemi di finissaggio a valle degli impianti esistenti, ricorrendo a tecnologie di depurazione naturale (fito-depurazione), che tra l’altro non producono fanghi. Analogamente per i piccoli agglomerati civili o turistici sarebbe opportuno orientarsi verso trattamenti meno tecnologici, di basso costo e alta compatibilità ambientale, quali sono i sistemi di depurazione naturale. Per il settore industriale, i problemi maggiori sono concentrati soprattutto dove esistono distretti specializzati (di trasformazione alimentare, del cuoio ecc). Dal punto di vista gestionale è fondamentale garantire una buona funzionalità degli impianti, attraverso verifiche e manutenzione interne e una maggiore formazione del personale tecnico.

 

Riguardo alla connessione alle reti fognarie, attualmente questa riguarda circa l’80% del carico inquinante, mentre solo il 65% risulta collegato a impianti di depurazione. Nell’ultimo decennio il numero complessivo di impianti e di popolazione equivalente servita è quasi raddoppiato. Nonostante questi sforzi, tuttavia, l’Italia ha tutt’altro che risolto i problemi di degrado qualitativo dei corpi idrici superficiali, lo testimoniano anche i dati raccolti da Legambiente nel corso dell’ultima campagna di monitoraggio sui fiumi, e i dati dei monitoraggi ufficiali condotti dalle ARPA.

 

Per raggiungere gli obiettivi di qualità previsti dal Dlgs.152/99 è necessario l’adeguamento dei sistemi di fognatura e depurazione degli scarichi idrici nell’ambito del servizio idrico integrato, come previsto dalla L.36/94, e secondo uno schema temporale che prevede la scadenza (già passata) del 31 dicembre 2000 per agglomerati con numero di abitanti equivalenti (a.e) superiore a 15.mila e il 31 dicembre 2005 per i centri con numero di abitanti equivalenti (a.e.) compreso tra 2.mila e 15.mila. E’ inoltre previsto che entro quella data debbano essere provvisti di reti fognarie tutti gli agglomerati con oltre 10.mila a.e., le cui acque reflue urbane si immettono in "aree sensibili" (tutti i centri costieri ad esempio).

 

Da una indagine condotta da APAT per valutare la conformità dei sistemi di fognatura e depurazione rispetto ai termini previsti dalla normativa, emerge un quadro non troppo rassicurante: utilizzando un particolare indice di conformità (che prende in considerazione l’attuale copertura della rete e della depurazione e le previsioni in termini di progetto per arrivare almeno al 90% di copertura nei termini di legge), emerge che solo 3 regioni (Valle d’Aosta, Trentino Alto Adige, Emilia Romagna) raggiungono il punteggio pieno, soltanto una regione presenta un indice di conformità con valori compresi tra il 60 e l’80%; 6 regioni hanno un indice di conformità uguale o di poco superiore al 50% .

 

Lo strumento normativo essenziale per il raggiungimento dell’obiettivo è il Piano di Tutela, previsto dal D.Lgs 152/99 che deve individuare i corpi idrici che non rispettano gli obiettivi di qualità stabiliti, comprenderne le cause, ipotizzare gli interventi che consentano il raggiungimento degli obiettivi di qualità. Il Piano di Tutela deve interfacciarsi con gli ATO e gli enti che gestiscono i carichi di origine civile, ma anche con i gestori dei carichi industriali e agricoli, imprese, associazioni di categoria, consorzi di bonifica e irrigazione.

 

La collaborazione di tutti i soggetti responsabili - a diverso livello - dello stato di qualità dei corpi idrici deve servire anche ad agire su tutto il bacino, intervenendo sulle derivazioni (minimi deflussi vitali), sulle capacità tampone del territorio (modifiche dell’uso del suolo, diffusione di siepi, filari, fasce erbacee di rispetto), sulla capacità autodepurativa dei corsi d’acqua (rinaturalizzazione, creazione di zone umide in alveo o fuori alveo), ricorrendo ad opere, ma anche a prescrizioni, raccomandazioni, incentivi. Uno degli aspetti su cui intervenire in maniera molto spinta è poi il riutilizzo delle acque, reso tra l’altro più fattibile grazie ad una recente norma (DMA185 del 12/6/2003) che ne regola le modalità. 

 

Il riutilizzo delle acque reflue è fondamentale per gli usi agricoli, con il doppio beneficio di liberare risorse naturali per l’ambiente, o per eventuali altri usi, e di poter ridurre i trattamenti terziari per abbattere il fosforo e l’azoto, con notevolissimi risparmi economici ed energetici. Un problema alla piena applicazione dei sistemi di riutilizzo delle acque reflue è dato dalla presenza sui 310.mila km di fognature esistenti, di quasi il 70% di reti miste (acque di scarico e acque di pioggia), progettate e realizzate quando non esistevano i depuratori, per garantire una maggior diluizione dei liquami fognari. Tra l’altro, proprio questa diluizione è adesso uno dei principali problemi per la funzionalità dei depuratori, oltre a comportare un notevole impatto ambientale in occasione di forti piogge, quando vengono messi in funzione gli sfioratori di piena che scaricano nei corsi d’acqua acque miste a scarichi fognari. 

 

Sarebbe quindi necessario prevedere la progressiva sostituzione delle reti miste esistenti con reti separate e la diffusione di sistemi di invaso/trattamento delle acque di prima pioggia (stagni di laminazione o di ritenzione, con funzioni anche di rinaturalizzazione dei reticoli idrografici in ambito urbano). La separazione delle reti di fognatura potrebbe infatti permettere anche una maggiore diffusione di sistemi di depurazione naturale, che specialmente in alcune realtà territoriali, offrono maggiori garanzie di funzionalità rispetto ai sistemi tecnologici classici, oltre a determinare minori impatti ambientali ed economici.

Lo strumento normativo esiste, infatti il D.Lgs 152/99 prevede che le Regioni adottino norme perché nei nuovi insediamenti, si realizzino reti di collettamento separate. Subito dopo, è poi fondamentale che i PRG e i regolamenti edilizi comunali recepiscano questi criteri (in alcuni comuni già si è fatto). Il vero problema sta nei notevoli costi di tale sostituzione, e quindi negli strumenti di incentivo e di sostegno finanziario con risorse pubbliche.

 

Nei servizi ad uso civile la normativa italiana - in piena coerenza con i principi comunitari — prevede infatti il recupero totale dei costi necessari per la realizzazione degli interventi, all’interno di una scala territoriale che corrisponde anche in termini gestionali ad un distretto definito come ambito territoriale ottimale (ATO). In realtà è ancora la finanza pubblica che provvede a farsi carico della quasi totalità del fabbisogno economico per i nuovi investimenti. Fabbisogno che secondo le stime del Comitato per la Vigilanza sui Servizi Idrici ammonta complessivamente a 53 Miliardi di Euro per i prossimi 26 anni, di cui il 55% dovrebbe essere destinato a interventi per la raccolta e il trattamento delle acque reflue.