|
Il
modello dei consumi
Dopo
i tanti e rituali appelli, da parte di autorevoli
rappresentanti politici a discutere di programmi, abbiamo
deciso di aprire una riflessione sul problema della gestione
dei rifiuti, tema su cui sicuramente chi vuole governare deve
saper indicare con chiarezza con quali scelte e progetti si
intende promuovere un’alternativa. Per farlo abbiamo chiesto
ad esponenti nazionali di Legambiente una serie di contributi,
che riflettessero la nostra elaborazione programmatica in
materia, ma anche le esperienze che l’associazione ha
sviluppato nel paese in questi anni. Partendo da questi
contributi - integrati con le nostre proposte ed esperienze
elbane - intendiamo aprire un confronto serio con l’insieme
delle forze politiche e sociali dell’Elba.
Sarebbe
un grave errore, da parte dell’Ulivo – oggi teoricamente
maggioritario nelle Amministrazioni Comunali elbane ed in
Comunità Montana -, pensare che sul problema della gestione
dei rifiuti possa bastare, per ottenere consensi, richiamare
il Decreto Ronchi, senza fare i conti con le resistenze che
incontrò anche durante l’esperienza del Governo di
centro-sinistra. Ancora peggio sarebbe pensare che, se fossero
gestite dal centro-sinistra, le soluzioni puramente
impiantistiche o di “smaltimento” potrebbero funzionare e
ottenere consenso popolare. L’ipotesi di affidare la
gestione dei rifiuti solo a inceneritori o discariche, è,
infatti, già fallito all’Elba e destinato a incontrare
forti resistenze popolari, chiunque la proponga.
Bisogna
quindi agire, ripartendo - se si vuole uscire da questa logica
del bruciare tutto o seppellire tutto - da un intervento forte
sul modello di produzione e dei consumi, in altre parole sul
modello di sviluppo. Per ridurre i rifiuti, raccoglierli in
modo differenziato e riusarli bisogna costruire un progetto
che sia capace di incidere sul concetto di crescita, superando
l’idea che la “famosa” ripresa dipende solo da una
ripresa dei consumi, qualunque essi siano.
È
necessario, insomma, mettere in campo un radicale progetto di
cambiamento della società.
È
facile dire che non tutto è chiaro nelle proteste popolari
contro gli inceneritori. Ma ciò che manca a questi movimenti
è un progetto alternativo, a cui riferirsi, che però nessuno
ha tentato di proporre. Nella vicenda, elbana ieri ed oggi più
drammaticamente campana, non c’è solo il fallimento del
centro-destra e delle sue politiche ambientali, ma anche
l’incapacità del governo di centro-sinistra delle due
Regioni di offrire una soluzione diversa e convincente a
questo problema.
A
livello locale si è invece preferito subire o accettare la
logica dell’emergenza e dei commissari con poteri di
ordinanza invece che compiere scelte difficili ma
inderogabili.
Si
è in definitiva persa una grande occasione per chiarire alla
gente, su una questione così coinvolgente e indicatrice della
qualità della vita di una società, quale era il progetto di
cambiamento che il centro-sinistra intendeva perseguire.
In
buona sostanza, si è oscillato fra una delega totale del
problema al commissario e all’intervento straordinario e
un’accettazione ed esaltazione acritica delle scelte del
movimento.
Per
uscire da questa situazione, che rischia di alimentare nel
popolo astensionismo e sfiducia nella politica, è importante
che la politica si misuri con il problema della gestione dei
rifiuti.
Ci
auguriamo che questi contributi aiutino ad andare in questa
direzione.
ELBA:
CREARE L’ECONOMIA DEI RIFIUTI PER USCIRE DALL’EMERGENZA
Arcipelago,
Area a rischio rifiuti
La
Regione Toscana ha indicato nel suo Piano di Azione Ambientale
l'Arcipelago Toscano come "Area a rischio" per
i rifiuti. Infatti le isole toscane hanno una scarsa o nulla
raccolta differenziata ed esportano i rifiuti in continente
(Giglio, Capraia, Giannutri) o utilizzano ancora discariche
ormai giunte all'esaurimento come l'Elba o impianti di
recupero che si sono rilevati inadeguati o malgestiti come
quelli del Buraccio e l'"Ecocentro" della Pila,
sempre all'Elba.
Lo
stesso aggiornamento del Piano dei Rifiuti della Provincia di
Livorno, indica nei Comuni elbani l'anello debole dell'intero
sistema di raccolta, riciclaggio e smaltimento di una
provincia che, altrimenti, sarebbe perfettamente in linea con
le quote fissate dal Decreto Ronchi per rifiuti e la raccolta
differenziata.
L'Ambito
Territoriale Ottimale
Il
Piano provinciale dei Rifiuti è pubblicato ed è stato
rivisto nel 2003
La Comunità di Ambito è insediata.
il
Piano industriale di Ambito è in fase di realizzazione (2003)
L' autosufficienza di Ambito è al 100%
I Rifiuti prodotti sono 237.000 tonnellate.
Le
Raccolte differenziate arrivano (2003) al 25,88%
I Rifiuti procapite raggiungono i 711 kg/abitante/anno
Costi annuali di gestione(2003): 49,9 milioni di euro
Gestori
Nell’Ato di Livorno operano quattro aziende di gestione dei
rifiuti urbani: Aamps (Livorno), Rea (costa livornese ed
entroterra), Asiu (Piombino, VaI di Corinzia), Esa (Isola
d’Elba). Le aziende pubbliche coprono il 97% della
popolazione nella fase di raccolta e il 100% nella fase di
smaltimento.
L’azienda
pubblica dell’isola d’Elba (Esa spa) è subentrata a un
soggetto privato nella gestione del sistema di impianti
dell’isola.
PROVINCIA
DI LIVORNO / PIANO PROVINCIALE
Produzione
di Rifiuti Urbani (RU) e Raccolta Differenziata (RD)
|
Comune
|
RU
totale
anno
2001
t./anno
|
RD
anno
2001
t./anno
|
%
RD
su
RU
|
|
Capraia(1997)
|
379,50
|
33,96
|
9,32
|
|
Livorno
|
94.939,00
|
23.330,00
|
25,60
|
|
Totale
area Livorno
|
95.318,50
|
23.363,96
|
25,53
|
|
Bibbona
|
4.539,08
|
1.073,76
|
24,64
|
|
Cecina
|
19.64,37
|
4.576,73
|
24,27
|
|
Collesalvetti
|
9.339,44
|
1.029,19
|
11,48
|
|
Rosignano
Marittimo
|
26.407,87
|
7.259,31
|
28,63
|
|
Totale
Area Rosignano
|
59.926,75
|
13.938,98
|
24,23
|
|
Campiglia
Marittima
|
7.533,92
|
999,39
|
13,82
|
|
Castagneto
Carducci
|
8.783,08
|
2.442,25
|
28,96
|
|
Piombino
|
22.355,49
|
6.021,03
|
28,06
|
|
San
Vincenzo
|
7.822,03
|
1.629,64
|
21,70
|
|
Sassetta
(1998)
|
227,86
|
0,30
|
0,14
|
|
Suvereto
|
1.522,40
|
167,58
|
11,47
|
|
Totale
Area Piombino
|
48.244,78
|
11.260,19
|
24,31
|
|
Campo
nell'Elba
|
4.732,81
|
617,81
|
13,60
|
|
Capoliveri
|
4.363,82
|
6,81
|
0,16
|
|
Marciana
|
2.741,31
|
60,75
|
2,31
|
|
Marciana
Marina (2000)
|
1.880,46
|
35,90
|
1,99
|
|
Porto
Azzurro
|
3.038,20
|
101,47
|
3,48
|
|
Portoferraio
(2000)
|
10.508,91
|
1.088,75
|
10,79
|
|
Rio
nell'Elba (2000)
|
747,47
|
25,58
|
3,56
|
|
Rio
Marina
|
1.962,20
|
55,29
|
2,94
|
|
Totale
Area Isola d'Elba
|
29.976,17
|
1.992,35
|
6,92
|
|
Totale
Provincia Livorno
|
233.466,19
|
50.555,48
|
22,5566
|
Primo:
ridurre alla fonte
Tra
il 1996 e il 2002 la produzione di rifiuti urbani in Italia è
aumentata di 4 milioni di tonnellate. La produzione di rifiuti
urbani corre ancora più veloce della crescita dei consumi e
del reddito: l’intensità di rifiuto per unità di reddito a
prezzi costanti è passata da 27,8 t. per milione di euro nel
1996 a 28,7 t. per milione di euro nel 2002.
Insieme
ai consumi energetici (e alla cementificazione e asfaltatura
del suolo) è uno dei pochi importanti fattori di pressione
ancora in crescita assoluta (ed è l’unico che ancora cresce
più dei consumi e del reddito).
Stabilizzarli
o avviarne addirittura una progressiva contrazione costituisce
una condizione per una gestione sostenibile dei rifiuti e per
una pianificazione credibile.
Ridurre
la crescita dei rifiuti anche all’Elba è un obiettivo
praticabile.
La
crescita dei rifiuti urbani è oggi addebitabile quasi per
intero alla carta ed ai materiali plastici per i consumi usa e
getta, largamente presenti, oltre che nei rifiuti domestici,
anche e soprattutto nei rifiuti di origine commerciale e
produttiva spesso raccolti nello stesso circuito dei rifiuti
urbani.
Dove
i rifiuti generati da questi consumi hanno avuto un costo
specifico in capo al produttore - come nel caso degli
imballaggi - i consumi si sono quasi stabilizzati.
Tra
il 1996 e il 2003 il consumo interno di imballaggi è
cresciuto del 27% (ad un tasso quasi doppio rispetto alla
crescita dei rifiuti urbani), ma tra il 2000 e il 2003 la
crescita si è limitata ad un +3%. carta, imballaggi,
prodotti elettronici sono i flussi critici per i rifiuti
urbani, ma in tutti questi campi esistono tecnologie,
soluzioni di design, comportamenti d’uso che potrebbero
drasticamente minimizzare consumi e rifiuti non necessari.
La
revisione di alcuni sistemi di imballaggio ha prodotto una
riduzione di rifiuti fino al 70%. La semplice adozione di
stampanti e fotocopiatrici duplex (con il fronte retro) può
quasi dimezzare i consumi di carta negli uffici.
Ciò
che manca sono le politiche - anche di diffusione delle
conoscenze e di educazione - e l’impiego di strumenti
economici che inducano cittadini ed imprese all’adozione di
innovazioni tecnologiche, comportamenti virtuosi e cambiamenti
di mercato.
Per
l’Elba proponiamo
Per
l’Elba e le isole in generale la riduzione alla fonte appare
ancora più facile, sensata e di grande impatto per
l’immagine turistica positiva che ne deriverebbe
immediatamente. La veloce riduzione di alcune tipologie di
imballaggi e rifiuti può avvenire attraverso accordi,
graduali ma certi, con il comparto economico, in primo luogo
con la grande distribuzione, e con conseguenti atti
deliberativi delle Amministrazioni Comunali di concerto con la
Provincia di Livorno.
Secondo
noi occorre avviare subito:
Stop
ad alcune tipologie imballaggi direttamente in Continente, con
divieto di importarle sull’isola;
Graduale
sostituzione delle bottiglia di plastica fino ad arrivare
all’uso del solo vetro riciclabile (accordo già in atto con
i 29 ecoalberghi che aderiscono a LEGAMBIENTE TURISMO);
Basta
con i sacchetti di plastica che producono un insopportabile
inquinamento visivo e rappresentano un serio pericolo per
cetacei, uccelli e Tartarughe marine, occorre avviare la loro
sostituzione con sacchetti in materiali realmente ecologici:
sacchetto riutilizzabile o biodegradabile in amido di mais,
non geneticamente modificato (100% compostabile), sacchetti di
carta riciclata non sbiancati con cloro, e sporte per la spesa
in materiale durevole (tessuto, rete, juta, ecc.).
Prossimamente
LEGAMBIENTE lancerà la campagna “STOP SACCHETTI DI PLASTICA
NELLE ISOLE” rivolta agli Amministratori, cittadini ed
ospiti di tutte le Isole Minori Italiane, sulla base di
un’analoga iniziativa realizzata in Corsica
dall’Associazione “Les Amis du Vent” e che ha portato in
soli due anni alla riduzione del 70% dei sacchetti di plastica
in quell’isola.
Secondo:
differenziare si può
È
finito il tempo in cui differenziare serviva solo per qualche
frazione del rifiuto casalingo (in genere il vetro), che era
possibile avviare facilmente al riciclaggio diretto in
vetreria. Oggi la differenziazione serve soprattutto per
indirizzare al corretto ed economico trattamento la totalità
dei rifiuti prodotti: all’ultima edizione dei ‘Comuni
ricicloni’ Legambiente ha premiato ben 507 comuni italiani,
che indirizzano a differenti riciclaggi tra il 50 e il 70% dei
rifiuti prodotti. La quota rimanente viene poi spesso trattata
e ulteriormente divisa tra stabilizzazione, recupero
energetico e trasformazione in inerte per riempimenti e
cementifici.
Intere
Regioni portano a riciclaggio più del 35% dei propri rifiuti,
così come molte altre Regioni di centro Europa lo fanno per
la metà dei loro scarti.
Dopo
la prima selezione domestica le varie frazioni vengono
indirizzate a differenti e appropriati impianti di primo
trattamento: compostaggio per la frazione organica, selezione
per i materiali riciclabili, biostabilizzazione ed epurazione
degli inquinanti per la preparazione al recupero energetico,
inertizzazione e avvio a discarica per la sola frazione
inerte.
Scrivevamo
già nel 1990: “Non c’è quindi, da parte di Legambiente,
alcuna pregiudiziale contro una o l’altra tecnica di
trattamento o smaltimento del rifiuto. Permane invece un no
deciso ad ogni soluzione impiantistica che pretenda di
trattare tutto il rifiuto urbano raccolto in maniera
indifferenziata: non solo discariche e inceneritori, ma anche
impianti di compostaggio e di selezione, se partono dal
rifiuto tal quale, si presentano complessi, spesso
diseconomici, più inquinanti e con forti difficoltà a
trovare sbocchi di mercato per il prodotto del riciclo” .
Barriere
ideologiche applicate a principi tecnologici non hanno mai
avuto fondamento.
Il
“porta a porta” è più efficace
Ma
non bisogna nascondersi alcuni dati certi dimostrati da uno
studio che LEGAMBIENTE presenterà a Napoli nei prossimi
giorni:
A)
in tutti i casi in cui la raccolta differenziata è balzato a
valori elevati, questo si è realizzato solo con il servizio
“porta a porta”, sostenuto da una adeguata campagna di
sensibilizzazione e supportato dalla realizzazione di piccoli
centri di raccolta differenziata distribuiti sul territorio.
All’Elba
un buon esempio viene dalla ormai sperimentata ed efficace
raccolta porta a porta della carta a Marciana Marina, ma
clamoroso è il dato di Venezia dove, come all’Elba, si
pensava impraticabile la raccolta differenziata che, al
contrario, in pochi mesi da zero ha raggiunto circa il 70%
utilizzando il porta a porta.
Ma
se le cose stanno così bisogna investire risorse più sul
porta a porta e sulle raccolte e gli stoccaggi condominiali e
meno sui cassonetti e sulle cosiddette “isole ecologiche”;
B)
la raccolta del rifiuto umido (delle cucine) raggiunge col
“porta a porta” percentuali più elevate (sino al 40%)
della media nazionale e, di conseguenza, l’organizzazione
della sua raccolta separata e la costruzione di impianti di
compostaggio è indispensabile;
C)
le carenze impiantistiche, su tutte le tipologie di impianti
(centri di quartiere, impianti di selezione e trasferimento,
compostaggio dell’umido e anche recupero energetico),
determinano alti costi di trasporto e forti tensioni e
incertezze sull’organizzazione della raccolta e sui costi
per i Comuni e i cittadini.
Più,
non meno impianti di smaltimento
È
quindi insensata la contrapposizione emersa ad Acerra tra un
governo che pensa di bruciare tutto quello che prima finiva in
discarica e una rivolta nazionale, che rifiuta qualsiasi
impianto di smaltimento in quanto potenzialmente dannoso. La
soluzione non è e non può essere rappresentata da pochi
forni di incenerimento e discariche per i rifiuti in gran
parte indifferenziati, magari presidiati giorno e notte dalla
polizia. Dobbiamo però riconoscere che la raccolta
differenziata precede la realizzazione di un numero di
impianti decisamente più alto (in ogni Regione centinaia di
centri, decine di impianti diversi, officine, fabbriche,
uffici), con diverse centinaia di tecnici, commerciali,
lavoratori impiegati. Altro che ‘moratoria’ degli
impianti!
Si
è fatto un gran parlare dei 47 inceneritori italiani, censiti
dall’Osservatorio nazionale dei rifiuti, capaci di trattare
solo il 9% dei rifiuti nazionali (metà dei quali in
Lombardia) e della necessità di costruire qualche decina di
altri impianti di recupero energetico per tutta Italia. E
diciamo subito che è una necessità anche per la Campania,
dove perciò è necessario realizzare alcuni impianti di
termovalorizzazione. Quanti, dipende dalla capacità ma prima
ancora dalla volontà di raggiungere gli obiettivi prefissati
di riduzione e di raccolta differenziata. Dove, è presto
detto: gli impianti vanno costruiti in aree industriali, e
preferibilmente vicino alle città dove si producono più
rifiuti: il che significa che Acerra, per l’appunto area
industriale, è tra i siti ‘candidabili’ ad ospitare un
termovalorizzatore, ma non l’Elba con la sua modesta
produzione e quindi il cosiddetto termovalorizzatore del
Buraccio è stato frutto di un grave errore progettuale quando
è stato realizzato e, dopo il decreto Ronchi, è divenuto
anche un inutile sbaglio strutturale ed una costosa eredità
che rischia di compromettere l’avvio di un ciclo dei rifiuti
veramente efficace e virtuoso. Ma questo significa anche che
l’impianto del Braccio deve essere riconvertito partendo da
una capillare ed efficiente raccolta differenziata a monte,
basata sul porta a porta, e non da una selezione dei
rifiuti a valle. Il Braccio deve trasformarsi da problema in
occasione e costituire uno degli elementi principali
dell’Economia dei Rifiuti che bisogna iniziare a costruire
anche all’Elba.
Vale
la pena di ricordare però che una quota analogamente bassa di
rifiuti italiani (2,5 milioni di tonnellate di urbani, più
altrettanti di origine diversa) viene trattata in 240 impianti
di compostaggio di qualità, che chiudono i loro bilanci
vendendo ammendante di qualità.
Di
simili impianti se ne dovranno costruire altri 500 nei
prossimi anni e realizzarne uno davvero efficace e funzionante
all’Elba e per l’Elba, anche riutilizzando ed adeguando
l’impianto del Braccio alle nuove esigenze ed alle moderne
tecnologie.
Grazie
alle raccolte dei vari materiali e imballaggi oggi sono
qualche migliaio le aziende e le unità produttive coinvolte
nel riciclaggio di 7 milioni di tonnellate di materiali, con
un fatturato stimato in 2 miliardi di euro.
Se
il riciclo raddoppia, raddoppieranno realisticamente le
dimensioni del settore.
C’è
poi qualche altro centinaio di impianti, che punta a trattare
in qualche modo il rifiuto non differenziato, cercando di
esaurire o tamponare la degradazione della parte putrescibile:
sono le così dette ‘ecoballe’, o biostabilizzato, o nel
caso più virtuoso “combustibile derivato dai rifiuti”,
spesso “stoccati” in milioni di tonnellate nelle vicinanze
degli impianti, in attesa della costruzione di discariche o
impianti energetici che vogliano o possano bruciarli.
Dai
rifiuti nuovo lavoro
Gli
ancora pochi casi virtuosi di smaltimento dei rifiuti
dimostrano che l’uscita dall’emergenza è possibile, al
Nord come al Sud, solo a patto che divenga una reale
opportunità di creazione di lavoro e di imprese sane. Imprese
fortemente intrecciate con le esigenze del territorio,
rappresentato da un lato dai Comuni e la tipologia dei rifiuti
prodotti e dall’altro dalle imprese utilizzatrici dei
materiali rigenerati (compost per l’agricoltura e Consorzio
nazionale imballaggi). L’aumento della tassa di smaltimento
dei rifiuti non deve servire a pagare prevalentemente il
trasporto dei rifiuti in alcuni grandi impianti assistiti
(inceneritori) o in perdita (discariche o biostabilizzatori),
ma, in primo luogo, a sostenere la crescita di un nuovo
comparto produttivo come quello del riciclo.
La
gestione sostenibile dei rifiuti - dalla minimizzazione al
riciclo - significa in primo luogo rendere più sostenibili i
processi di produzione e di consumo: produrre e consumare
pensando di generare meno rifiuti e di reimmetterli nei cicli
di lavorazione o di uso, attraverso il design, la sostituzione
di materiali, l’attenta gestione dei processi di
distribuzione, la modifica dei comportamenti d’uso
quotidiani. Stiamo insomma cercando di creare, accanto al
sistema di produzione dei beni con i suoi impianti, le sue
imprese e tecnologie, un nuovo settore dell’economia, basato
sul reimpiego di materie ‘seconde’: carta, vetro, metalli,
ammendante agricolo, nuove plastiche, nuovi mobili, materiali
da costruzione e, perché no, un po’ di energia e materiali
di riempimento per ripristini ambientali e discariche.
Dai
rifiuti nuovi mercati
La
legge italiana prevede che il 30% degli acquisti delle
istituzioni pubbliche (ministeri, Comuni, Comunità
Montane,Parchi, caserme, scuole) e delle società pubbliche
(municipalizzate, acquedotti, aziende ospedaliere) sia
costituito da materiali di riciclo.
Manca
però la capacità di farlo (esemplari gli strumenti messi a
punto dalla Provincia di Cremona), la volontà di attuare la
norma e, persino, l’offerta di mercato e le forme di
certificazione della provenienza dei materiali: Legambiente ha
messo a punto una importante iniziativa, rivolta
esclusivamente alla promozione di un mercato dei prodotti di
riciclo - che abbiamo chiamato “Pubblici riacquisti” - con
l’aiuto dei Consorzi di filiera (imballaggi, compost,
inerti...) e dell’Osservatorio nazionale rifiuti.
È
evidente che la creazione di una nuova “economia dei
rifiuti” è un processo complesso, spesso discontinuo, che
richiede, soprattutto inizialmente, alti costi e investimenti,
costruzione di esperienze, imprese, conoscenze. Non solo:
questo è certamente più difficile all’Elba che per aree
con un tessuto industriale forte che hanno potuto più
facilmente rispondere alla crisi del vecchio sistema di
smaltimento dei rifiuti, grazie anche alla presenza diffusa di
operatori del recupero che vivevano degli scarti industriali
(20 anni fa metà degli iscritti alle associazioni dei
‘cartacciai’ e ‘recuperatori’ avevano sede in
provincia di Milano) e delle grandi industrie, che avevano
bisogno di quella materia prima (le cartiere stanno da Firenze
in su, i grandi riciclatori di legno sono mantovani, la
lavorazione dei rottami metallici fa capo a Brescia). Insomma,
a render più difficile la soluzione dell’emergenza rifiuti
nel Meridione e nelle Isole, non pesa solo il controllo
diretto della criminalità organizzata sul ciclo dei rifiuti,
quanto piuttosto la carenza di un forte tessuto
imprenditoriale, sia pubblico che privato, di una capacità
amministrativa che sappia rafforzare le imprese esistenti e
crearne di nuove. Insomma, anche sui rifiuti, sono i nodi
strutturali dello sviluppo che vengono al pettine: ed è sul
fatto che questi non vengano risolti che la criminalità
organizzata fonda il suo interesse e potere.
Non
siamo svizzeri
Qualche
mese fa il Consiglio di zona di un quartiere di Como vicino al
confine con la Svizzera ha evidenziato un aumento
considerevole degli abbandoni di rifiuti per le strade e le
piazze. Le verifiche e i controlli hanno fatto emergere una
realtà sconcertante: i rifiuti domestici abbandonati venivano
dal canton Ticino. Controlli campione eseguiti alla frontiera
hanno bloccato alcune macchine che portavano in Italia i loro
scarti. A Lugano, infatti, la produzione di rifiuti non
differenziabili costa cara: l’apposito sacco messo a
disposizione delle autorità viene venduto ad un franco
l’uno. I proventi pagano il servizio pubblico. E siccome
tutto il mondo è paese, anche gli svizzeri sono tentati ad
evadere le tariffe e scaricare i rifiuti dove capita.
Ma
perché in Italia, visto che i comaschi ormai riciclano quanto
loro? Perché non abbandonare i sacchetti in una più comoda
strada o piazza di Lugano?
Perché
in Svizzera verrebbero segnalati, scoperti e multati, in
Italia no.
Ecco
forse la vera differenza: il controllo del territorio, la
partecipazione dei cittadini e la fiducia nelle istituzioni
preposte a questo scopo. Questa la vera differenza tra i
nostri paesi. Per anni ci hanno raccontato che gli Italiani (e
gli Elbani) erano impreparati alla raccolta differenziata. Non
era vero. Forse invece gli italiani (e gli Elbani) non pensano
che sia utile avvisare i vigili quando vedono che qualcuno
scarica rifiuti. Ancor meno utile segnalare ad una autorità
reati ancor più gravi come un traffico di rifiuti industriali
o un abuso edilizio. E come dargli torto con un condono
edilizio in corso e i colpi di spugna per tutte le violazioni
delle leggi ambientali concesse dal governo!
E
come dar torto ad un Elbano che vede cigli di strade, fossi e
macchie deturpati da inerti edili e rifiuti ingombranti
gettati da irresponsabili - ai quali sarebbe facilissimo
risalire - e incoraggiati da esercenti che rifiutano di
ritirare lavatrici, frigo ed altri rifiuti tecnologici così
come imporrebbe il Decreto Ronchi?
Gli
effetti ambientali
Tutti
gli impianti generano emissioni nell’ambiente. Ma dopo venti
anni di conflitti ambientali e l’introduzione di nuove
normative su scala europea, oggi le tecnologie di trattamento
e smaltimento dei rifiuti non sono più le stesse. Su questo
fronte abbiamo vinto. Le tecnologie e le pratiche gestionali
(importantissime!) hanno radicalmente modificato il potenziale
impatto ambientale sia di una discarica che di un inceneritore
o di un impianto di compostaggio. Questi impianti (se hanno la
tecnologia adeguata e se hanno una gestione corretta, cosa che
all’Elba non è fino ad oggi accaduto veramente!) hanno
emissioni e provocano comunque qualche disagio, ma non sono più
una importante fonte di inquinamento.
Si
rifletta soltanto su quanto sono cambiate in 10 anni le
emissioni di un impianto di incenerimento:
Il
carico aggiuntivo da questi impianti, in un’area mediamente
antropizzata, generalmente non supera l’1-2% delle emissioni
per nessun parametro. In termini di impatto aggiuntivo per le
concentrazioni al suolo - quelle che si respirano - gli
incrementi possono essere molto modesti o irrilevanti. Una
recente stima di impatto sanitario effettuata per l’area
fiorentina ha mostrato per inquinanti critici come il cadmio e
il mercurio una concentrazione aggiuntiva che nel punto
massimo era inferiore di 5 ordini di grandezza (10.000 volte
più piccola) rispetto ai valori-limite per l’esposizione
negli ambienti di lavoro. Anche per le diossine, le ricadute
determineranno sull’area vasta incrementi dell’esposizione
nell’ordine dello 0,25-0,5 %: e anche nei punti di massima
ricaduta le concentrazioni resterebbero ben al di sotto di
quelle registrate in aree rurali.
Analogamente,
anche per gli impianti di compostaggio si sono introdotte
tecnologie di processo e di trattamento degli effluenti che
hanno drasticamente minimizzato gli impatti ambientali.
Persino le discariche, a parte l’occupazione di suolo,
possono oggi essere gestite con bassissimi impatti: lo
smaltimento finale solo di flussi di rifiuti stabilizzati
(secondo corrette tecniche di “end-composting” e non
furbesche tecniche di “eco-balle”) riduce drasticamente
non solo i cattivi odori, ma anche le emissioni di biogas e la
formazione di percolati inquinanti.
Riconoscere
questi dati di fatto non significa sposare le politiche e gli
interessi di chi vuole bruciare tutto. Significa affrontare
razionalmente la realtà.
Compensazioni
sì, ma ambientali
Si
assiste sui giornali all’incensamento di sindaci che,
ospitando discariche e inceneritori, sono riusciti a ridurre i
costi dei servizi resi ai cittadini, dimezzare o persino
annullare l’ici. E’ la tentazione compensatoria che
si ritrova in alcune dichiarazioni delle Giunte di Campo
nell’Elba e Porto Azzurro che ospitano l’impianto del
Buraccio e la discarica di Literno. Non è un atteggiamento né
nuovo né virtuoso.
Da
sempre industrie inquinanti e infrastrutture invasive hanno
ripagato i comuni ospitanti con piscine, asili o campi di
calcio. L’ambiente, si sa, è una risorsa che si può
svendere con scarsa lungimiranza. Più interessante invece
parlare di compensazioni ambientali.
Se
l’emissione zero dell’impianto non può esistere si può e
si deve cercare di ottenere compensazioni che producano -
nell’area interessata- un effetto ”emissione zero” e
possibilmente un miglioramento della qualità ambientale. Non
si tratta di monetizzare il rischio, di compensare un danno o
disagio solo con una Ici più bassa o la riduzione delle
tariffe elettriche. La compensazione ambientale è invece
l’eliminazione del danno, l’azzeramento delle emissioni
che gravano su una certa area territoriale intervenendo
sull’insieme dei fattori di inquinamento.
Questo
approccio è praticabile - e comporta costi assolutamente
sopportabili - non solo attraverso il recupero di
energia dagli impianti, ma anche attraverso interventi
collaterali - non direttamente legati agli impianti -, che
migliorano la qualità ambientale: interventi di
riqualificazione edilizia (isolamento termico ed acustico),
impiego di fonti rinnovabili e sostituzione di caldaie
inefficienti (in molte aree il teleriscaldamento non ha
senso), potenziamento del trasporto pubblico, bonifica di aree
inquinate, interventi su sorgenti industriali, costruzione di
spazi verdi, ecc. Questi interventi da un lato riducono
emissioni o fattori di danno ambientale esistenti nell’area
interessata dall’impianto, dall’altro migliorano la qualità
urbana e della vita localmente. E il potenziale di riduzione
dell’inquinamento locale ottenibile con questi interventi è
generalmente ben superiore alle ricadute locali delle
emissioni degli impianti.
Il
maggior costo derivante dalle compensazioni ambientali è,
d’altra parte, equo socialmente.
Come
avviene anche con altre infrastrutture di uso collettivo, la
realizzazione di un impianto di smaltimento dei rifiuti
inevitabilmente concentra gli impatti ambientali (più o meno
grandi che siano) su un’area ristretta e su una popolazione
limitata rispetto all’area e alla popolazione ben più ampia
che serve.
Agevolazioni
perverse
È
noto che il mercato da solo non sappia regolarsi, specie nel
caso dei rifiuti, il cui valore, per chi se ne vuole liberare,
è evidentemente pressoché nullo. Per spingere le imprese
verso forme di smaltimento controllato, attento
all’ambiente, recuperando energia e soprattutto nuovi
materiali, oltre agli obblighi e ai controlli è giusto far
leva anche su tasse e incentivi. E giusto quindi tassare la
discarica e incentivare il recupero energetico. Ma ancor più
si dovrebbe sostenere il riciclaggio materiale.
Il
sistema attuale tassa la discarica (ancora molto poco),
favorisce enormemente l’incenerimento con la triplicazione
del prezzo del chilowattora elettrico, favorisce poco il
riciclaggio — attribuendo parzialmente il costo delle
raccolte differenziate al C0NAI —, non favorisce per nulla
il compostaggio come tecnologia ottimale per il trattamento
della frazione organica, la lotta all’impoverimento del
suolo agricolo italiano e la costituzione di serbatoi di
carbonio utili al controllo dei gas climalteranti.
È
inoltre assurdo che le agevolazioni all’incenerimento
gravino impropriamente sulla bolletta elettrica e siano
parificate in tutto e per tutto alle migliori energie
rinnovabili. Sarebbe necessario un ripensamento generale degli
strumenti economici di governo del mercato dei rifiuti, in
modo da eliminare strumenti distorsivi e favorire le soluzioni
ambientalmente ed economicamente più corrette.
Insomma,
il mercato da solo è insufficiente ad indirizzarci verso la
sostenibilità vera, ma le politiche pubbliche, anche e
soprattutto del nostro governo, fanno talvolta di tutto per
indirizzarlo dalla parte sbagliata.
UN
PROBLEMA DI GOVERNO
Il
tema della gestione dei rifiuti, o se si vuole essere più
realistici del loro smaltimento, è di quelli particolarmente
caldi, su cui si misura la capacità di governo di una classe
dirigente. Lo è, sia che si parli di quelli di cui ognuno di
noi, in varia misura, è quotidianamente produttore, sia che
si tratti di scorie che mai avremmo voluto fossero generate,
come ad esempio quelle che ci sono rimaste in eredità dalle
centrali nucleari, chiuse da oltre quindici anni. Per
comprendere la dimensione del problema e le grandi difficoltà
(di consenso sociale in particolare) che ci sono per
risolverlo, basta ricordare che la produzione dei rifiuti
continua inesorabilmente a crescere più del Pii, e mantiene
un incremento medio su base annua di due punti. Inoltre, sulla
capacità o meno di risolvere questo problema, si misura la
qualità della vita di un paese, il suo modo di consumare e di
produrre, insomma la sua capacità di costruirsi un futuro.
Sarà dunque uno dei temi decisivi su cui sfidare Berlusconi e
il governo di centro-destra, che anche su questo terreno ha
ampiamente fallito, come dimostrano le numerose rivolte
popolari che caratterizzano ogni localizzazione di discariche
e di impianti di incenerimento.
Le
radici delle infuocate proteste che si sono registrate nel
novembre scorso a Scanzano Jonico e in Campania negli ultimi
mesi (in occasione della riapertura della discarica di
Montecorvino Pugliano e della costruzione dell’inceneritore
di Acerra) sono, infatti, assai simili. L’elemento che le
accomuna è la denuncia di un approccio sbagliato verso la
gestione dei rifiuti, che ha caratterizzato per decenni il
nostro paese, in maniera più o meno diffusa tra le varie
Regioni. Ovvero il ricorso allo smaltimento finale in
discarica come unica via di gestione, senza quindi promuovere
serie politiche di prevenzione come l’utilizzo delle
raccolte differenziate. Riduzione, raccolta differenziata e
riuso, le tre famose ‘R’ che caratterizzano una politica
di prevenzione e che dovrebbero precedere qualsiasi ipotesi di
smaltimento, sono state troppo spesso una pura indicazione di
carattere simbolico.
O,
altrimenti, sono state praticate per ricevere incentivi
fantasmagorici - ma spesso, per la verità, assai sporadici -,
che sono stati promossi più per l’alto costo di smaltimento
in discarica che per scelte politiche lungimiranti.
Nasce
da qui, da questa impostazione sbagliata, il rifiuto che si
manifesta in gran parte della popolazione, e in tante
situazioni diverse. Eppure, con l’approvazione del decreto
Ronchi durante il governo di centro-sinistra, si erano create
molte speranze, poi rapidamente svanite. Quella riforma provò,
infatti, a scardinare questa mentalità consolidata e diffusa,
che considera il problema dei rifiuti solo un problema di
smaltimento, portando così il nostro paese in linea con i
paesi del Nord Europa. Ma questo percorso purtroppo ha trovato
nel suo procedere grandi ostacoli, dovendo fare i conti con
un’arretratezza culturale assai diffusa, con una pubblica
amministrazione che ha sempre osteggiato le scelte più
innovative e strategiche - come ad esempio il passaggio della
vecchia tassa sui rifiuti a un vero e proprio sistema di
pagamento a tariffa -, ed infine con un settore industriale
poco preparato ad affrontare una innovazione di tale portata.
Certamente,
nonostante le resistenze incontrate, la riforma avviata aprì
comunque un solco difficilmente colmabile, soprattutto a
livello culturale, che contagiò positivamente quasi tutti i
settori coinvolti e portò anche a qualche parziale risultato.
Che non è bastato però ad impedire che l’attuale governo
azzerasse le innovazioni e i timidi passi avanti. Il risultato
è davanti agli occhi di tutti ed è testimoniato dal vero e
proprio incancrenirsi della crisi dei rifiuti nel Mezzogiorno,
nel quale quasi tutte le Regioni sono commissariate, per ciò
che riguarda la loro gestione.
L’impostazione
dell’attuale governo è stata subito piuttosto chiara ed era
- per dirla con le parole del capo di gabinetto del ministero
dell’Ambiente, Togni - quella di «mandare in soffitta il
decreto Ronchi». Ciò ha determinato, sin dall’inizio della
legislatura, un quadro di provvedimenti molto nebuloso, fatto
di iniziative legislative ad hoc per favorire alcune categorie
(ad esempio, le nuove norme sui rottami ferrosi o sui rifiuti
petroliferi di Gela), di semplificazioni delle procedure di
autorizzazione, che hanno premiano solo i meno virtuosi, e di
annunci di controriforme. Questi hanno preso maggior
consistenza con l’avvio dell’iter parlamentare della Legge
delega di riordino della normativa ambientale, che ha
rimbalzato più volte tra Camera e Senato e che - anche
se dovesse riuscire a essere approvata - non avrà,
fortunatamente, più i tempi tecnici per poter essere
pienamente operativa.
Le
indicazioni contenute nella tanto ostentata controriforma
possono essere riassunte sinteticamente in questo concetto
chiave: anziché perdere tempo a studiare sistemi funzionali
ed efficienti di raccolte differenziate, per poi recuperare il
materiale di risulta e favorire quindi un sistema industriale
che ha finalmente dimostrato di essere capace di innovazione,
il grosso dello sforzo deve essere concentrato nella ricerca
di siti idonei alla costruzione di
forni
dove incenerire - di fatto - quello che adesso va in
discarica. L’obiettivo dichiarato del ministero
dell’Ambiente era quello di costruire un inceneritore per
ogni Provincia: senza, perciò, alcuna logica di
programmazione e di pianificazione sul territorio.
Questi
orientamenti hanno innescato un diffuso senso di confusione in
un settore quale quello dei rifiuti, dove ad atteggiamenti di
forte dinamismo positivo si coniugano immobilismi
gattopardeschi. Situazione che non ha certo impedito agli
amministratori dotati di spiccato senso civico - tanti per
fortuna - e che hanno scommesso sin dall’inizio sulla
gestione integrata dei rifiuti di continuare ad operare nella
giusta direzione, ponendosi e raggiungendo anche obiettivi
ambiziosi con politiche basate sulla trasparenza delle azioni,
sul coinvolgimento dei cittadini nelle scelte e su strategie
ormai consolidate in modo diffuso in Europa. Così è avvenuto
in gran parte delle Regioni del Nord, del Centro e in qualche
realtà anche al Sud, dove alla logica dello smaltimento si è
anteposto un circuito di riciclaggio e di recupero della gran
parte dei rifiuti prodotti, reso possibile da un efficiente
sistema di raccolta differenziata e da una costante opera di
informazione dei cittadini.
Ma
la volontà espressa a gran voce, da parte di questo governo,
di privilegiare la parte del recupero energetico rispetto alle
altre ha offerto alibi a chi non ha mai abbandonato la logica
dello smaltimento come gestione, con la variante che oggi si
vuole passare dalla filosofia del ‘tutto in discarica’ a
quella del ‘tutto all’incenerimento’, o - come molti la
chiamano - alla termovalorizzazione. Anche su questo
punto è necessario fare chiarezza: il fatto che gli impianti
di incenerimento debbano giustamente operare in maniera
obbligatoria il recupero energetico, non ne cambia la natura
originaria di inceneritori di rifiuti. Lo ha ribadito anche la
Corte di giustizia europea il 13 febbraio dello scorso anno,
quando con due sentenze ha messo fine ad una querelle tra due
Stati membri, e ha ribadito che l’incenerimento è a tutti
gli effetti una operazione di smaltimento di rifiuti e come
tale - insieme alla discarica - si colloca all’ultimo
scalino della scala gerarchica nella loro gestione.
L’ultimo
gradino appunto: e non l’unico. Solo il ristabilimento di
queste gerarchie nella gestione dei rifiuti, una diffusa
ricerca del consenso e la trasparenza nelle decisioni può far
capire e forse accettare ai cittadini di Acerra (ma la stessa
cosa si può dire per tante città meridionali) che per quello
che resta dei rifiuti - dopo la riduzione della quantità di
rifiuti prodotti, una raccolta differenziata efficace e
controllata e dopo il riuso - qualche inceneritore con capacità
di recupero di energia (che sia dotato della migliore
tecnologia, sia dimensionato sulla base delle esigenze di
bacini omogenei di utenza e venga collocato in un’area
industriale) va fatto.

Per
la realizzazione di questo Dossier sono stati utilizzati
i dati contenuti nel Dossier Rifiuti pubblicato dalla Rivista
del Manifesto, in particolare l’introduzione di Massimo
Serafini e gli articoli “USCIRE
DALL’EMERGENZA”, di Andrea Poggio e Duccio Bianchi della
segreteria nazionale di Legambiente e “UN PROBLEMA DI
GOVERNO” , di Lucia Venturi responsabile comitato
scientifico di LEGAMBIENTE
Le
integrazioni sono a cura del Circolo LEGAMBIENTE Arcipelago
Toscano
Altre
notizie su www.legambientearcipelagotoscano.it
e su www.legambiente.com
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