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LA
VILLA "BAGNI DI AGRIPPA" DI PIANOSA

Cenni
storici sulla villa di Agrippa Postumo, nell’isola di Pianosa
Il
complesso protoimperiale conosciuto come ‘I Bagni di Agrippa’ sorge a
contatto con il mare verso l’estremità settentrionale della candida
spiaggia di Cala Giovanna, sulla costa orientale dell’isola di Pianosa.
Ritenuta da tutti un piccolo gioiello di eccezionale valore
storico-archeologico, la villa era composta di un teatro e di ambienti
residenziali e termali, in cui spiccavano il caratteristico opus
reticulatum e pavimenti musivi. Nel 7 dopo Cristo vi fu esiliato il
principe Agrippa Postumo, nipote di Augusto in quanto figlio di Giulia e
del generale M. Vipsianus Agrippa, eroe di tante battaglie celebri, da
Milazzo ad Azio. Negli anni successivi la villa conobbe sia la
‘relegatio’ dura e al contempo dorata di Agrippa Postumo, sia gli
intrighi imperiali che portarono alla sua uccisione ( 14 d.C. ) e alla
consacrazione di Tiberio. La frequentazione della villa sembra cessare
intorno al 100 dopo Cristo.
Dopo
un abbandono durato quasi 17 secoli, verso il 1870 il monumento
attrasse l’attenzione del grande archeologo emiliano Gaetano Chierici,
che lo studiò con passione, pubblicò i risultati dei suoi scavi nel
volume “ Antichi monumenti della Pianosa” e lasciò in vista le
preziose vestigia. Poi, stante la sua straordinaria importanza oggettiva,
della villa di Agrippa Postumo si occuparono illustri archeologi e
prestigiose enciclopedie.
Dagli
scavi effettuati nel 1988 si suppone che la villa fu costruita in età
augustea, nel periodo dell'esilio di Agrippa Postumo, relegato a Pianosa
nell'anno 6 o 7 d.C.
Le
villa è costruita sull'asse teatro-peristilio-mare.
Il
teatro poteva ospitare 200 persone e presentava tre accessi
gerarchicamente differenziati.
Nel
peristilio è rappresentato in scala un mare, con un arcipelago di isole
artificiali circolari e una pompa con un sistema di bacini di sollevamento
che ne permetteva l'allagamento.
A
partire dagli anni Novanta del secolo scorso fino a tempi molto recenti la
villa di Agrippa è stata oggetto di un costoso “restauro” ( ? ) da
parte della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana ( SBAT ).
La funzionaria Silvia Ducci, responsabile territoriale SBAT per Pianosa,
afferma che il restauro alla villa di Agrippa Postumo a Pianosa … è un
esempio”.
Inoltre
gli ambienti più esposti alle mareggiate erano stati consolidati ed era
stata installata una tensostruttura per proteggerli dalle infiltrazioni.
Ma in pochi anni la villa, per mancanza di manutenzione, era in stato di
completo degrado: vegetazione infestante, crollo di alcune strutture
murarie, accesso incontrollato con uso improprio dell'area archeologica,
stato disastroso della tensostruttura erosa dalla ruggine.Dopo la
pubblicazione di questa guida nel 1998, Il Parco Nazionale
dell'Arcipelago Toscano è intervenuto finanziando Campi di Lavoro di
LEGAMBIENTE che hanno liberato la villa dalle piante infestanti e ripulita
dai rifiuti portati dal mare e poi intervenendo per recuperare la
tensostruttura, costruire pedane di accesso, consolidare le protezioni.

diventa
un "caso" internazionale il contestato restauro effettuato a
Pianosa

Al
Ministro dei Beni Culturali
Signor
Ministro, fra le tante, magnifiche architetture bimillenarie di cui
l’Italia può essere orgogliosa, c’era un piccolo gioiello di
eccezionale valore storico-archeologico. Ci riferiamo alla villa patrizia
nota come ‘I Bagni di Agrippa’, nell’incantevole isola di Pianosa. Lì
Agrippa Postumo, nipote di Augusto, fu esiliato nel 7 d. C. e lì fu
ucciso sette anni dopo in seguito agli intrighi che portarono Tiberio sul
soglio imperiale.
Il complesso marittimo fu scavato con passione dal grande archeologo
emiliano Gaetano Chierici, che pubblicò l’esito delle sue ricerche nel
1875 ( in “Antichi monumenti della Pianosa”, Reggio Emilia ) e lasciò
in vista le preziose vestigia. Da allora, stante la sua oggettiva
importanza, alla villa di Agrippa Postumo hanno dato un giusto rilievo
illustri studiosi e prestigiose enciclopedie ( si vedano, fra gli altri,
R. Hanslik in Pauly-Wissowa, XX, 1950, c. 2009; L. Crema in Enciclopedia
Classica, s. III, XII, 1959, p. 197; L. Guerrini, in Enciclopedia
dell’Arte Antica, Classica e Orientale, VI, 1965, pp. 144-145 ).
Ebbene, Signor Ministro : quella piccola perla, di valore inestimabile, a
nostro avviso non c’è più.
Essa
è stata resa irriconoscibile da un “restauro” eseguito con
finanziamenti pubblici sotto la direzione “scientifica” di funzionari
pubblici. Il complesso archeologico ha subìto una manifesta alterazione
dell’aspetto originario, la cui conservazione è raccomandata peraltro
da ogni Carta del Restauro, nazionale o internazionale. I deleteri effetti
prodotti dall’intervento sono di un’evidenza lapalissiana e non
occorre essere specialisti per comprenderne la portata : è stato usato ad
abundantiam cemento industriale che ha prodotto esiti forse irreversibili;
è stato creato un insieme di ruderi banali in cui spicca un opus
indefinibile e in cui i mosaici, incastonati in incredibili cornici
plumbeo-cementizie, spesso sono costretti a ‘scoppiare’ riducendosi
progressivamente in brandelli. Preferiamo non scendere in dettagli tecnici
anche perché il Suo dicastero abbonda di competenze scientifiche in grado
di valutare il fatto. Ci permettiamo soltanto di aggiungere che il
singolare “restauro” della villa di Agrippa Postumo ha spinto
addirittura la Direzione Generale del Forum UNESCO a elaborare un
documento tanto pacato nei toni quanto duro nella sostanza.
Non possiamo non esternarLe la preoccupazione che, rimanendo inalterate le
cose, in un futuro prossimo possa toccare la stessa sorte alle rimanenti
parti della villa o ad altri monumenti della zona. Pertanto ci appelliamo
a Lei, Signor Ministro, e, confidando nella Sua consueta sensibilità
personale e istituzionale, La preghiamo di intervenire adottando le
determinazioni che riterrà più opportune.
Con
ossequi
dott.
Mauro Del Corso, presidente della Federazione Italiana delle Associazioni
“Amici dei Musei”
prof. Marco Bini, responsabile del Forum UNESCO - Università e Patrimonio
- Sede di Firenze
prof. Michelangelo Zecchini, direttore del Dipartimento di Archeologia -
Forum UNESCO Lucca
dott. Nicola Caracciolo, presidente di Italia Nostra Toscana
arch. Fausto Ferruzza, direttore di Legambiente Toscana


La
lettera
Testo
del documento approvato da architetti e archeologi delle Università di Tunisi
(Tunisia), Valencia (Spagna), Skopje (Macedonia), Irbid (Giordania), Tlemcen
(Algeria)
Al Prof. Michelangelo Zecchini
Coordinatore scientifico Campus internazionale Isola d’Elba 2003
Sede Forum Unesco PALAZZO DUCALE – LUCCA
Pianosa- restauro della villa romana di Agrippa Postumo
Noi sottoscritti studenti e docenti, partecipanti al campus internazionale
‘Isola d’Elba 2003’ che si è svolto nei siti archeologici del Monte
Capanne, mentre La ringraziamo per la Sua direzione scientifica impeccabile
che ha permesso a ciascuno di noi di acquisire nozioni fondamentali per la
nostra formazione professionale, sentiamo il dovere di farLe presente quanto
segue, nel rispetto degli scopi statutari del Forum UNESCO :
Il giorno 10 maggio 2003, secondo il programma, abbiamo visitato
l’incantevole isola di Pianosa e le sue testimonianze archeologiche più
importanti, cioè le catacombe e la villa romana di Agrippa Postumo. Di
quest’ultima sapevamo che si trattava di una celebre architettura patrizia
dove nel 7 dopo Cristo fu relegato Agrippa Postumo, membro della famiglia
imperiale.
Sapevamo anche che essa era stata oggetto di recenti restauri e questi ci
interessavano in particolare per la nostra formazione. Parlare di delusione è
riduttivo. Le manifestiamo le seguenti considerazioni:
1) Il cemento è stato utilizzato dappertutto e le strutture murarie hanno
cambiato completamente aspetto, a tal punto che l’opus reticulatum appare
ormai come un opus indefinibile, con elementi in tufo e in laterizio inseriti
senz’ordine nell’impasto cementizio; infine è incomprensibile l’uso di
lastre di piombo che spuntano dai muri;
2) i mosaici sono stati incastonati in cornici di cemento industriale e di
piombo : ciò ha provocato il distacco e il sollevamento di tessere di
mosaici; questi ultimi presentano molte parti mancanti o mostrano una
utilizzazione di tessere bianche e nere riapplicate senza alcun ordine o
lasciate per terra, del tutto abbandonate;
3) abbiamo visto una struttura muraria perforata per consentire il passaggio
di un tirante d’acciaio relativo a una copertura simile a quella di un
circo.
A nostro avviso gli interventi di restauro sopra descritti sono la
dimostrazione di una metodologia non corretta e di come non si deve procedere
se si vogliono conservare e valorizzare i monumenti antichi.
Tanto che vogliamo chiederle di procedere di conseguenza.

Non
è chiuso il "Caso" dei restauri archeologici pianosini
Al
dott. Angelo Bottini - Soprintendente per i beni Archeologici della Toscana
Firenze
Caro Soprintendente
abbiamo letto la Sua difesa d’ufficio – che comprendiamo – riguardo al
problema “restauro” dei ‘Bagni d’Agrippa’ nell’isola di Pianosa. A
scanso di equivoci vorremmo ripetere che la denuncia-appello da noi rivolta al
Ministro Urbani non ha inteso minimamente mettere in discussione la validità
dell’Ufficio da Lei diretto, che abbiamo pubblicamente definito come ‘uno
dei migliori d’Italia’. Siamo consapevoli che della Sua Soprintendenza
hanno fatto e fanno parte funzionari-studiosi che onorano l’archeologia
italiana, ma questo è un motivo in più per combattere contro anomalie come
il “restauro” della villa di Agrippa Postumo. Che, ci spiace confermarlo,
è totalmente inadeguato e costituisce una macchia nel panorama tanto positivo
dell’opera del Suo Ufficio. Siamo certi che Lei saprà adottare le
determinazioni più opportune appena avrà a Sua disposizione i necessari
elementi conoscitivi.
Dai Suoi interventi sulla stampa sembra di capire che Lei - per quanto Capo
dell’Ufficio - conoscesse assai poco la situazione non rosea del complesso
archeologico di Pianosa. Se Lei non è stato informato da chi aveva il dovere
di informarLa, vorrà convenire che il problema non riguarda noi, persone
esterne all’Ufficio.
Ci risulta che la villa di Agrippa Postumo fu analizzata, anche per quanto
concerne l’intervento di restauro, da specialisti interni ed esterni alla
Soprintendenza nel corso di un convegno i cui atti furono pubblicati nel 1997.
Ci risulta altresì che in tempi più recenti il Suo Ufficio è intervenuto
per riparare i danni causati dalle intemperie alla copertura del monumento di
epoca romana. Meraviglia che in quelle occasioni, e per tanti anni, nessuno
degli addetti ai lavori abbia notato alcunché di anormale. Non deve
meravigliare, invece, che le associazioni che rappresentiamo, da sempre
attente alla cura del patrimonio culturale, abbiano sentito il dovere di
informare il Ministro Urbani, il mondo scientifico e l’opinione pubblica su
un’operazione di restauro così poco ‘conservativo’.
Per quanto riguarda il Suo desiderio, lodevole, di chiarezza e di trasparenza,
non possiamo che essere d’accordo. In particolare vorremmo che l’opinione
pubblica avesse qualche notizia sui costi e sulle modalità con cui quel
“restauro” è stato effettuato.
Ci ritenga sempre a Sua disposizione. Con ossequi
dott. Mauro Del Corso, presidente della Federazione Italiana delle
Associazioni “Amici dei Musei”
prof. Marco Bini, responsabile del Forum UNESCO - Università e Patrimonio
- Sede di Firenze
prof. Michelangelo Zecchini, direttore del Dipartimento di Archeologia
-Forum UNESCO Lucca
dott. Nicola Caracciolo, presidente di Italia Nostra Toscana
arch. Fausto Ferruzza, direttore di Legambiente Toscana

La
Testimonianza
IL
RESTAURO DELLA VILLA DI AGRIPPA POSTUMO
IN
PIANOSA
Sono
passati molti anni da quando nel 1989 ebbi la fortuna di visitare la Villa
di Agrippa Postumo di Pianosa, il nipote dell’Imperatore Ottaviano
Augusto.
Lo
feci raccogliendo l’invito dell’assessore ai lavori pubblici del
Comune di Campo nell’Elba che doveva recarsi lì per periziare lo stato
di conservazione della piccola scuola elementare fatta per i figli delle
guardie carcerarie.
Ottenute
le autorizzazioni necessarie, una bella mattina di Novembre, dopo un
viaggio di circa un’ora con la motovedetta della Guardia Carceraria
,fummo sbarcati sull’Isola.
La
sensazione fu quella di essere in un paradiso.
La
bella sequenza di fabbricati in uno stile difficile da definire ma
che potremmo chiamare “eclettico” per le sue interessantissime
peculiarità estremamente originali ed uniche (con espressi riferimenti a
quello moresco ), faceva bella mostra di sé intorno al piccolo porto
,definito da alcuni “il più bel porticciolo del Mondo ! “
Svolte
le brevi formalità con l’Amministrazione Carceraria, ci consigliarono
di andare subito a visitare i resti della Villa Romana.
La
villa si trova a circa mezzo chilometro dal porto ,in una zona detta
erroneamente “cala Giovanna”, in antico chiamata “cala di San
Giovanni”, prospiciente una piccola collinetta chiamata “collina di
Gian Filippo” .
La
villa era completamente priva di strutture “protettive” e di una
bellezza veramente incredibile.
Le
piccole piantine della macchia mediterranea accarezzavano quasi con
rispetto, la pietra tufacea bianchissima usata per realizzare i
“cubilia” che costituiscono il paramento interno ed esterno
dell’ Opus reticolatum di cui sono fatte le sue murature. Intonaci in
“cocciopesto” rivestivano ancora in più parti una bellissima
vasca della quale erano state realizzate delle “isole” circolari in
laterizio ,sicuramente usate come basamento per delle statue che
servivano per il suo ornamento .
Perfettamente
in asse di questo, un piccolo anfiteatro a gradoni sempre in cotto
,concludeva quello che io considero il vero accesso alla “villa” . Su
questo termine ci sarebbe da discutere. La piccola dimensione dei locali
presenti e l’impostazione “ludica” che predomina nella
distribuzione funzionale del Monumento mi fa pensare ,come altri, che
questa non fosse la vera residenza del nipote di Ottaviano. E’ più
probabile che si tratti di un semplice “bagno”.
Proprio
in questo modo la tradizione storica ci ha tramandato il monumento.
In questo modo viene chiamato da Gaetano Chierici ,quello che io considero
il massimo studioso della Villa. Nel 1875 ebbe la fortuna di visitarla e
studiarla per circa un mese, realizzando la famosa e rara pubblicazione
nella quale sono presenti la pianta e le sezioni di questa, con la
nomenclatura dei locali ancora presenti a quel tempo.
I
pavimenti erano stati realizzati con tre tecniche principali.
In
mosaico , con piccole tessere bianche e nere ,come nelle altre ville
dell’Arcipelago del primo secolo dopo Cristo.
In
“semilateres”, i “mattoncini” che a quel tempo venivano usati per
costituire i piani di pendenza delle superfici esterne che convogliavano
l’acqua pluviale in apposite cisterne ,come quella ancora visibile in
prossimità dell’anfiteatro. Venivano apparecchiati a “spinapesce”
per conferire al dispositivo una maggiore resistenza all’azione
dell’acqua.
In
“cocciopesto”, una delle tecnologie più usate dai Romani. Questo
pavimento veniva realizzato con macroelementi in cotto, polvere di mattone
e breccino derivante dalla macinazione delle tegole rotte, impastato con
malta di grassello di calce e polvere di marmo, molato a mano con l’uso
di una pietra arenaria.
Le
malte di allettamento degli altri pavimenti sono quasi tutte a base
di calce aerea e tritello di pietra locale tufacea ,che nei secoli si sono
indurite ed hanno acquisita la resistenza necessaria a sfidare qualsiasi
offesa del tempo.
Fui
colpito dal metodo di costruzione delle colonne che circondavano la vasca
,realizzate in mattoni e sicuramente intonacate con intonaco a base di
calce aerea e polvere di marmo.
Mi
sono dilungato un po’ , ma la situazione lo richiede.
Nonostante
sia un attempato ed appassionato esperto di restauro dei Monumenti devo
riconoscere che poche volte mi è capitato di emozionarmi a tal punto :
siamo davanti ad uno dei più importanti monumenti archeologici
dell’Arcipelago Toscano.
Sembrerà
strano, ma la situazione di degrado dell’Isola immersa nella macchia
mediterranea con la sua “semplice” e delicatissima bellezza impregnata
di “decadenza” , è la sensazione che più ricordai e sono certo
che sia proprio questa la caratteristica che ne sancisce l’unicità : è
uno scrigno di tesori fra i quali la Villa ( bagni ) di Agrippa è
la gemma più rara .
Sono
tornato alcuni anni dopo perché cominciai i miei studi sulle
fortificazioni pisane.
La
mia attività di studioso dei Monumenti dell’Elba iniziata appunto
intorno al 1987, mi obbligava ad occuparmi anche di quelle di Pianosa,
situate nella zona prospiciente il piccolo porto dell’Isola, compresa
fra la Darsena ,la Darsinetta e lo scoglio del Marzocco.
Questa
mia attività di ricerca, mi ha tenuto lontano dalla Villa di Agrippa,
poiché approfittavo del poco tempo di permanenza concessomi sull’Isola,
per analizzare i pochissimi resti della fortificazione Pisana e
soprattutto cercare le tracce di una Torre che distrutta e riedifica varie
volte, doveva essere presente in quell’area.
Un
giorno, nel corso di una delle mie “visite” sull’Isola, guardando
verso Cala San Giovanni ,vidi una struttura bianchissima stagliarsi contro
l’orizzonte.
Non
posso nascondere lo stupore che mi colpì . Poiché non capivo bene che
cosa stavo guardando. Una bianca copertura di tela faceva sfoggio di
sé, sostenuta da una tensostruttura composta da una numerosa serie di
pali di acciaio verniciati di celeste, ancorata su plinti in calcestruzzo
ed irrigidita da cavetti in trefola di acciaio.
Giudicai
subito negativamente l’intervento e pensai di parlarne con gli amici
della Soprindenza , anche per chiedere eventuali spiegazioni.
Pensai
che l’intervento fosse stato fatto da personale dell’Amministrazione
Carceraria dell’Isola, abituata a far fronte ai problemi di
conservazione dei Monumenti di Pianosa, “arrangiandosi” con personale
artigiano facente parte dei detenuti.
Come
ebbe a dirmi l’allora Direttore, “facevano quello che potevano”,
avendo pochi mezzi per far fronte alla onerosa situazione della
conservazione dei Monumenti dell’Isola.
Non
posso nascondere di averne parlato più volte con stretti amici
dell’Elba e di aver più volte espresso un parere assolutamente negativo
su questo intervento.
Solo
in seguito seppi che era stato condotto sotto il controllo di personale
della Soprintendenza e da allora non mi sono mai spiegata la ragione di
quanto avevo visto.
Gli
errori che sono stati commessi sono a mio avviso di varia natura.
Il
primo è quello dal punto di vista “estetico” , in linguaggio
accademico si definisce “formale”.
La
tensostruttura ,con la sua particolarissima forma a “campane”, ha
completamente stravolto il delicato equilibrio prospettico che
caratterizzava i resti della Villa nel loro delicato rapporto con
l’ambiente circostante. Trattandosi di paramenti murari molto bassi e
realizzati in semplice pietra del colore del suolo su cui insistono,
la loro valenza formale è così delicata che la massa troppo imponente e
colorata della tensostruttura gli ha completamente annullati. In breve, è
diventata più importante quest’ultima degli stessi resti . La presenza
dei pali colorati in celeste all’interno dell’area archeologica ha poi
falsata completamente la lettura dei ruderi , e costituito un insieme
formale molto compromesso. E’ quindi opinabile la loro
completa rimozione.
Presumo
che questa scelta sia stata originata dalla necessità di difendere i
resti della Villa dalle piogge meteoriche e che quindi si sia voluta
realizzare una struttura protettiva .
Siamo
davanti ad un evidente compromesso, che però non doveva essere accettato
per le troppe lesive ed antiestetiche ricadute che in effetti ha
provocato. Come evidenzia lo stato di conservazione dei ruderi ,in duemila
anni il degrado è stato limitatissimo e non certo provocato dalle poche
piogge che interessano l’Isola.
Gli
altri sono errori di natura tecnologica e metodologica .
In
primo luogo si è cercato di proteggere i paramenti murari della villa con
la realizzazione di scorsaline in lastra di piombo murate a malta di
cemento sulla sommità di questi. E’ evidente che si sia cercata questa
strada per difendere questi paramenti murari dalle acque meteoriche.
Ma
allora c’è da chiedersi a cosa serviva la copertura sostenuta dalla
“discutibile” tensostruttura, in quanto l’acqua meteorica sarebbe
dovuta essere intercettata proprio da questa. Se ne deduce che uno dei due
lavori è completamente inutile in quanto le due tecnologie si
escludono a vicenda.
La
messa in opera di questa lastra di piombo ha comportato un parziale
“ricarico” della medesima per stabilizzarla e “collegarla” alla
sommità del muro. I fautori di questo intervento ,sono stati obbligati a
“regolarizzare” la sommità del muro e forse ad asportarne delle
porzioni superficiali che sono state in seguito “rimurate” sopra a
questa lastra per ottenere un piccolo aggetto “protettivo” ed impedire
all’acqua di entrare dentro la porzione “a sacco” dell’ Opus
Reticulatum .Oltre al danno arrecato alla piacevole irregolarità della
sommità del muro che si doveva leggere come un rudere e non come
un’opera moderna, il risultato è stato quello di “bruciare”
col cemento i paramenti murari nella loro sommità e quindi di causarne un
completo dissesto apicale , perfettamente visibile anche da lontano. La
posa in opera di queste abbondanti porzioni di malta cementizia ha
provocata a mio avviso la totale compromissione della lettura
dell’apparato murario originale che risulta in più punti
irrediabilmente lesionato e compromesso nella sua “
apparecchiatura “.
Non
so valutare senza una profonda e ravvicinata indagine sul posto, i rimedi
da approntare per il ripristino della situazione poiché, asportando le
porzioni di malta cementizia si asporterebbero sicuramente altre porzioni
di malta , inerti e laterizi originali presenti . Siamo forse
davanti ad un danno a mio avviso non rimediabile.
Le
porzioni di intonaco poste in opera su questi paramenti, sono state
realizzate anche queste in malta cementizia , aggravando la già
compromessa situazione dovuta alle scorsaline in lastra di piombo. E’
evidente che si è inteso ricostruire delle porzioni di paramento esterno
e di conferirgli una maggiore solidità, ma la tecnica utilizzata, non
trova riscontro in nessuna etica di intervento per la quale si raccomanda
invece la “assoluta conservazione della patina antica originaria” sia
su intonaci che sulle pietre facenti parti della struttura. La malta
cementizia posta in opera ,non solo ha completamente coperto la patinatura
del paramento dovuta al tempo ,ma se si intendesse asportarla, si andrebbe
incontro ancora una volta alla completa asportazione degli strati su cui
è stata posta e insieme a questi alla loro antica patinatura.
Bisognava
limitare l’intervento alle sole “riprese” assolutamente necessarie
alla stabilità del paramento ma realizzandole con malte il più
vicino possibile a quelle adoperate dagli antichi costruttori , e
quindi a base di calce aerea di grassello e non certo con
malte confezionate a base di moderno cemento.
Ritengo
veramente sbagliata la soluzione adottata.
Un
altro errore è stato quello inerente la conservazione e
stabilizzazione dei mosaici.
Si
è scelta una soluzione a mio avviso ancora errata dal punto di vista
tecnologico.
Qui
la lastra di piombo è stata adoperata per circondare le aree a mosaico
esistenti, piegandola a squadra e ponendola in opera lungo il
perimetro esterno dei mosaici, accostandola direttamente alle tesserine
perimetrali costituenti il mosaico stesso. L’errore è stato quello di
fissare ancora una volta con malta cementizia la lastra di piombo,
direttamente sul piano di calpestio e di impedire così la libera
dilatazione del mosaico, che è stato compresso in una micidiale
“stretta”.
Il
mosaico essendo molto discontinuo e costituito da materiale con indice di
dilatazione diverso da quello del sistema piombo-cemento, ha finito per
essere sollecitato dai movimenti del metallo e del cemento, arrivando in
più punti al suo distaccamento ed alla espulsione di parti del medesimo .
In
altri punti il movimento è stato tale che si è avuto anche il
sollevamento della massa del mosaico dal suo piano di posa . Il danno
provocato non può certo essere riparato con il riposizionamento delle
tessere del mosaico espulse utilizzando malta moderna, come mi è parso di
vedere nelle foto pubblicate sui giornali, poiché costituirebbe un
clamoroso “falso” !
Un
ultima osservazione va fatta sulla scelta inerente la stessa struttura. Si
è progettata una soluzione a maglia“obbligata” e regolare, con
attacchi al suolo “interni ” all’area archeologica .
Era
a mio avviso più corretto progettarne una con gli attacchi “esterni “
a questa e con la maglia NON regolare e quindi adattabile con più
elasticità al rispetto dei paramenti murari esistenti.
Questo
tipo di dispositivo non avrebbe obbligato a posizionare le fondazioni dei
pali in punti “obbligati” e si sarebbe evitato di posizionarle
in punti tal volta lesivi per il tessuto archeologico del Monumento.
Avrebbe evitata anche l’erratissima soluzione di passare i cavi di
tensionamento attraverso i paramenti murari originali tramite la
realizzazione di “grossi buchi” ottenuti per demolizione del loro
tessuto murario.
Conclusione.
Personalmente
sono molto contrario alla polemica. Chi mi conosce sa che preferisco la
strada del confronto scientifico. In questo tipo di situazione che,
vede purtroppo coinvolta la stessa Soprintendenza , accettare il
“silenzio reverenziale” sarebbe stato contro la mia morale .
La
mia posizione di esperto per la conservazione ed il Restauro dei Monumenti
del Forum Centrale Unesco di Valencia “Universidad Y Patrimonio “ e
l’appartenenza al Comitato Scientifico del Forum della stessa
organizzazione presso l’Università di Firenze, mi hanno fatto
sentire il dovere di esporre con la più profonda serenità ma col massimo
rigore scientifico il mio pensiero su questa triste questione .Mi unisco
quindi alla protesta dei colleghi che mi hanno preceduto.
Conoscendo
personalmente moltissimi funzionari ed ispettori delle nostre
Soprintendenze, con i quali ho lavorato a stretto contatto per molti anni,
sono il primo a riconoscerne la notevole preparazione e capacità
scientifica.
Proprio
per non generalizzare cattive impressioni sul loro operato, mi auguro che
casi come questo non si possano verificare ancora in futuro.
Questa
mia analisi della situazione non vuol essere una offesa per nessuno e
tanto meno per la Soprintendenza interessata . E’ semplicemente una
riflessione di studioso su un intervento di restauro dagli aspetti
molto discutibili .
arch.Massimo
Ricci
Esperto
del Forum Centrale Unesco “ University and Eritage”
Membro
Comitato Scientifico del Forum Unesco “Università e Patrimonio”
Facoltà di Architettura di Firenze
Professore
a contratto di “Tecnologia dell’Architettura “ Università
degli Studi di Firenze
Nota
: se ne autorizza la pubblicazione SOLO IN VERSIONE INTEGRALE con speciale
riferimento alla sua conclusione.
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